romanzo breve: Frammenti

Sono passati anni, non li conto, quando un mattino il custode mi consegnò un plico. Che sarà pensai non avevo ordinato nulla. Lo apersi solo nel pomeriggio. Di solito sono più curiosa, ma in quel caso qualcosa mi frenò. Il pacco mi era stato inviato da una mia cara amica…..e conteneva dei fogli pinzati tra loro e scritti a mano. Erano i ricordi, frammentati di una vita, la sua, e lei me li consegnava perché ne facessi l’uso che più ritenevo opportuno. Che dire. Mi sono commossa allora, e mi commuovo ora che ho pensato di pubblicarli sul mio blog. Lo faccio per Anna, questo il nome della mia amica, e per mantenere viva la sua memoria. Sono certa che a lei avrebbe fatto piacere.

FRAMMENTI

MACEDONIA

Ia parte

La osservavo standomene nascosta dietro alla madia, il mobile più rassicurante della grande cucina.

Lei sapeva della mia presenza, ma presa dalle sue ricette, o forse perché amava stare al gioco, fingeva che io non ci fossi, mentre davanti a lei, in un tripudio di colori i frutti di stagione aspettavano di essere tagliati.

Mia madre era una specialista delle mille ricette di macedonia che preparava da quando era ragazza.

Probabilmente questa passione nasceva dal fatto che le sarebbe piaciuto dipingere su tela, adoperando gli acquarelli e immergendo i pennelli nella pasta dei colori appariscenti. Ma date le circostanze, non sempre favorevoli, aveva rinunciato a cimentarsi come pittrice, e per far fronte alle esigenze della creatività esplosiva di cui era fornita, si era buttata sulla macedonia con tutta la passione della sua indole sanguigna.

Era bello guardare le sue mani corte, larghe, rosa e carnose con polpastrelli quadri,che nonostante la robustezza delle forme, sapevano ghermire con delicatezza il frutto di stagione, per poi appoggiarlo su di un taglierino di legno vecchio, e con la lama affilata del coltellaccio, ne facevano fettine tagliate tutte, con perfezione maniacale della stessa identica misura.

Al taglio, l’aroma si spandeva per la stanza, e io sognavo la succosa macedonia che avrei mangiato anche il giorno dopo.

Durante tale rito, mia madre sollevava di tanto in tanto il capo, e ormai dimentica della mia presenza chiedeva agli elfi, esseri invisibili che lei era certa avessero scelto la nostra abitazione come dimora stabile, conferma e approvazione sulla ricetta e gli ingredienti.

Tutto ciò avveniva ogni lunedì, tanto che ormai eravamo soliti chiamarlo “Il giorno della macedonia” e che, da quel che posso ricordare era un rito cui non ho mai mancato, sino a quando a causa del mio ingresso a scuola, non dovetti rinunciare.

Il lunedì della macedonia” era un giorno di festa per me, perché oltre ad amare l’esibizione di bravura da parte di mia madre, a differenza della maggior parte dei bambini, a me la frutta piaceva molto, e nascosta nell’angolo aspettavo la fine dei lavori, per accostarmi alla tavola e spolverare gli avanzi, pezzetti di pera e mela, o di banana scartati perché ritenuti deformi.


Inoltre secondo le ricette e delle stagioni finivo per gustare i fondi di bicchiere, dove era rimasto un dito di maraschino o di succo di mirto, quel di più che secondo l’artista avrebbe rovinato il sapore dell’insieme.

Per tutto il tempo che richiedeva la preparazione a mio padre era vietato disturbare.

Sapevamo però che nella stanza accanto lui era preso da una delle sue nuove invenzioni geniali ma incomprese.

Era riuscito a ideare un blocca freni da bici, un rompi unghie contro i ladri, sempre di bici, una calamita cerca oggetti smarriti, un porta monete antirisparmio (mio padre odiava l’idea del risparmio), e non so quante altre diavolerie, il cui brevetto mai nessuno comprò.

Questi sono nel mio ricordo i giorni più belli, in cui, appagata in tutti i miei sensi, il gusto, la vista l’olfatto, il tatto e l’udito, – pensavo che la vita aveva tutta la mia approvazione.

In quella cucina, con mia madre, mio padre, la macedonia e gli elfi mi sentivo al sicuro, chiusa la porta sul mondo, avevo il pieno controllo delle mie emozioni che tenevo custodite gelosamente in un ripostiglio segreto della mia anima.

Mia madre conosceva migliaia di ricette per la macedonia, di cui però la base restava circa sempre la stessa. Al primo posto, le immancabili mele, cui si aggiungevano di volta in volta gli altri frutti di stagione che potevano essere acini d’uva bianca e nera banana, mandarini fette d’ananas o d’arancia.

Una delle mie preferite era la macedonia al brandy. Sbucciata e pulita la frutta, pelati gli spicchi di mandarino e d’arancia, tagliate la mela, le banane e l’ananas a cubetti, e gli acini d’uva in due, mamma metteva tutti gli ingredienti così preparati in una coppa di vetro.

Intanto la casseruola riempita d’acqua zuccherata e messa sul fuoco, arrivava ad ebollizione e allora mamma vi versava un bicchiere di pricot brandy oppure di champagne secco, e poi versava il tutto sulla frutta cui aggiungeva qualche mandorla pelata.

Osservandola, devo dire che iniziai ad imparare molte cose, una filosofia semplice, fatta di gesti e silenzi. Come ad esempio il fatto che mia madre aggiungesse o togliesse ogni volta alle ricette un ingrediente, facendo sì che non fossero mai simili l’uno all’altro, mi fece capire quanto la creatività applicata nel quotidiano potesse mettere in fuga la monotonia legata alla ripetizione. Un’altra lezione fu quella dell’amalgama degli ingredienti. Scegliendo le dosi e gli ingredienti affini si poteva dar risalto al sapore, mettendo insieme invece gusti troppo contrastanti si finiva per far cilecca.

Imparai ad applicare tutte queste piccole lezioni e a farne un dossier finendo col dedurne che la vita non era altro che una macedonia, di cui le persone erano la frutta e gli avvenimenti, i liquori o i succhi di frutta con cui condirla. L’amore melenso era lo zucchero filato, l’amore sano, il maraschino, il limone rappresentava, a seconda del suo grado di maturazione, gli episodi sgradevoli o gli episodi maliziosi della vita.

Il gioco mi divertì a tal punto che presi a scrivere, e ad attribuire ad ognuna delle persone che conoscevo il nome di un frutto. Mia madre ad esempio era una mela renetta, modesta e non pretenziosa, ma buona e capace di amalgamarsi con tutto. Mio padre era un ananas, un frutto altero e aristocratico, ricco di sfaccettature, c’era una zia che non sopportavo che era finita per assumere le sembianze di un fico d’India.

1949

Sono nata alla fine degli anni 40.

Non me ne ha mai parlato espressamente ma da alcune dichiarazioni fattemi, frasi colte un po’ qua e un po’ la, ho capito che per Marcellina, mia madre, il periodo della gravidanza è stato il più ricco d’emozioni e denso di vita. Non fu una presa di coscienza razionale, non era nella sua natura divenire consapevole attraverso formule astratte di ragionamento, la gravidanza era nell’ordine naturale delle cose, era la vita cui sarebbe seguita la morte, era la notte che chiudeva la parentesi del giorno, ma per lei ancora così giovane e già rassegnata ad un destino di sudditanza al colore grigio, la gravidanza segnò un punto a suo favore.

Si sentì finalmente viva, importante, aveva uno scopo. Sinora non era stata che una barca senza timone, in balia delle correnti avverse, ora invece con la forza delle sue giovani braccia e con gli strumenti che aveva a disposizione cercò una direzione, e prese a fendere il tempo con i suoi remi, ma adagio, era sempre comunque meglio seguire la corrente.

Fu un bel periodo sotto, tutti i punti di vista, Marcellina stava benissimo, mai un rigurgito, una nausea, un qualsiasi fastidio, e penso che ciò fosse dovuto alla piena accettazione della mia presenza.

Papà viveva di riflesso questo suo stato, poiché non credo si siano mai lasciati andare a carezze sul ventre che andava gonfiandosi, o ausculto del feto.

Marcellina trascorse tutti i nove mesi con me, permettendo solo agli elfi di ascoltare le sue perplessità. Suppongo che anche a lei a volte sia capitato di chiedersi come sarebbe stata la vita dopo, non per paura di perdere la libertà che non aveva, ma comunque questa nuova presenza avrebbe portato novità e magari confusione.

Agli elfi chiese consiglio su cosa fare con me, a volte le venivano in mente cose strane, arrivò persino a preoccuparsi del proprio aspetto, voleva essere bella per il nuovo arrivato. Diede ascolto soprattutto all’intuizione, che le suggerì in parte ciò che era meglio fare.

Sono certa che la passione per la frutta mi sia stata instillata in quel periodo, quando nel suo grembo sono stata investita dagli aromi dei frutti di bosco, i pompelmi rosati, le pesche noce o le susine adagiate nella fruttiera su di uno strato di noci e arachidi. Gli spicchi d’arancia, tagliati tutti uguali e serviti su di un piatto, a mio padre che non si negava mai questo piacere. Il profumo di queste delizie che mia madre non aveva perso l’abitudine di preparare, filtrava attraverso le sue nari e colpivano le mie cellule celebrali che andavano formandosi.

Presa com’era da tutto ciò, Marcellina non si accorse del tempo che passava, i nove mesi erano quasi giunti alla fine. Intanto anche qualcosa nel volto d’Italia andava trasformandosi. Al di là delle nostre quattro mura c’era un tumulto, stava iniziando la fine del potere delle sinistre, costrette da una serie di eventi a mettersi da parte per lasciare posto ad un governo di centro. Era l’Italia della Prima Repubblica, era il periodo della guerra fredda, comunismo e capitalismo si contendevano le simpatie del mondo. La sinistra passava all’opposizione mentre i democristiani andavano al governo, le donne avevano votato per la prima volta. Dalle campagne tre milioni di contadini si riversavano al nord, sul triangolo industriale lasciando le case e le terre abbandonate in balia della miseria.

Tutto ciò avveniva fuori dalla nostra porta di casa, mentre noi illudendoci di essere al sicuro, ci consideravamo un mondo a parte. Mia madre ebbe la capacità o la cecità di non accorgersi di nulla.

La casa di via San Marco

La casa fatiscente aveva scale di legno buie e maleodoranti, giacché sui pianerottoli degli ammezzati con l’impiantito sconnesso si aprivano le porticine dei bagni che erano in condivisione.

Abitavamo al primo piano a cui si arrivava salendo una scala dai gradini in cemento. Il contrasto tra lo sporco dei muri, il nero della bocca fatiscente del vano comune e la porta verde che si apriva sulla nostra cucina bianchissima e grandissima era violento.

Nella luce intensa e abbagliante, la cucina, il centro sociale della casa, era un’apparizione magica. La povertà del battuto di cemento e delle piastrelle di gres tipiche dei locali di servizio scompariva di fronte all’isola scintillante della cucina, ricca degli acciai del piano cottura, il forno, la cappa e il lavello in marmo. Era costata una fortuna. Il resto della casa, i pochi arredi e oggetti dell’ambiente, erano stati raccolti da Marcellina, nei negozi dei rigattieri e da alcuni parenti compiacenti.

In una cucina così grande c’era posto per tutti, e per tutti c’era la possibilità di scegliersi il punto di riferimento preferito.

Talvolta la famiglia pugliese che abitava sul nostro stesso piano portava i nuovi arrivati o gli amici a vedere l’appartamento. Come in visita al museo delle meraviglie, guardavano stralunati la casa, girando attorno all’isola di cottura con i suoi bagliori lucenti, quasi fosse un’astronave caduta li per caso. Ed era un mare di esclamazioni estasiate.

A volte, seduti in cucina a finestre spalancate, ci facevamo cullare dalla notte e dai i riflessi della luna sui vetri delle finestre di fronte. Il suono delle parole e delle musiche dei vicini ci giungeva attutito, come un eco lontano. Si parlava, si beveva, qualcuno fumava. Il caffè nella moka sempre pronta sul fuoco scioglieva l’atmosfera dando il benvenuto alla sera che si sperava non finisse mai.

Oggi la casa è stata ristrutturata, il quartiere si è rivalutato, i prezzi e la gente sono cambiati.

Né io né i quattro ragazzi pugliesi ci abitiamo più. Sono scomparsi il suono della musica, e l’odore di cipolla che annunciava un sugo alla meridionale ricco di spezie e basilico. Solo le nuvole sono rimaste uguali e nei giorni di vento forte percorrono lo stesso cielo.

Non so chi, ma di certo qualcuno, come abbiamo fatto noi in altro tempo, le guarda oggi, dalle stesse finestre

rese nobili dai doppi vetri, e così, come facevamo noi, si chiede, dove stanno correndo.

Nell’‘appartamento di via San Marco c’era un mondo a parte, cui le notizie arrivavano attraverso il racconto del vicinato. Che qualcosa stesse cambiando nella società a Marcellina lo disse l’arrivo sul nostro stesso pianerottolo di una famiglia di meridionali, padre, madre e quattro figli, e il loro affidarsi a lei in cerca di sollievo e comprensione. Grazie alla loro modestia lei li ebbe in simpatia soprattutto i ragazzi dagli occhi affamati. Per loro la nostra cucina era un luogo magico, un prodigio di lusso e modernità. Tutto ciò che avevano sognato quando lasciata la Puglia, erano partiti per Milano con una valigia e tante speranze, ora l’avevano trovato da noi.

Il primo ad arrivare era stato il padre, sradicato dalle campagne a causa della miseria.

Prima di trovare lavoro in una fabbrica di colori si era dovuto adattare a tutto, sempre lavori precari, sottopagati. Del resto non avendo una specializzazione, si era rassegnato allo sfruttamento pur di poter mandare a casa qualcosa. Come lui ce n’erano migliaia d’altri nelle stesse condizioni. Prima di trovare la casa aveva dormito anche in un dormitorio pubblico. Impossibile trovare alloggi, e per i meridionali era ancora più difficile. Eppure erano loro ad averne bisogno. Ma Salvo non perse mai la speranza, era un uomo semplice e forte, inoltre aveva cinque bocche da sfamare, cinque anime che credevano in lui. Finalmente la ruota girò a suo favore, dapprima il lavoro in fabbrica, in mezzo alle vernici, agli odori acidi e forti, esalazioni che avrebbero lasciato traccia nei suoi polmoni. Poi la casa di via San Marco. Un unico stanzone che grazie a una tenda sarebbe stato diviso nel reparto giorno e notte. Uno per volta arrivarono i quattro figli per ultima la moglie con il più piccolo. Erano persone piene di dignità e di riconoscenza. Attraverso i loro racconti nella nostra casa entrava un mondo che non ci piaceva per niente.

Preferisco dire di essere nata all’inizio degli anni ’50, mi fa sentire più giovane.

Pare che i primi tre anni di vita sono i più importanti per la formazione della personalità, ci credo, però c’è una cosa che mi sfugge, ed è il fatto che io di quei primi anni non ricordo nulla. Se davvero sono stati così incisivi, mi piacerebbe poterli ogni tanto rivivere o poterli considerare come un patrimonio accessibile alla memoria. Invece devo accontentarmi dei piccoli aneddoti che ogni tanto Marcellina si degnava di raccontarmi, o della strada a ritroso percorsa con il mio analista, andando un po’ a tentoni e fidandomi del suo intuito.

So di essere nata in un normale ospedale, davanti al quale ogni tanto passo. Una volta, presa dalla nostalgia, ci sono entrata, non so come fosse allora, ma la vista dei lunghi corridoi dal pavimento di marmo maculato mi ha investito di una tale tristezza che sono scappata sul viale antistante e ho preso il primo autobus che passava.

Marcellina – Riflessioni su mia madre

Ho immaginato Marcellina abbandonata al suo destino in un lettino stretto, con le infermiere che le passano accanto annoiate, (il trattamento riservato ai non paganti) pregando che anche questa puerpera si sbrighi a far nascere un altro infelice.

I dolori che si fanno sempre più vicini le annunciano che me la sto cavando bene, fra poco aprirò gli occhi su questo mondo, mi piacerebbe tanto poter immaginare quale sia stata la mia impressione.

Il primo sguardo sul mondo, grandioso! Questi geni della tecnica dovrebbero saper inventare un apparecchio che attraverso le cellule nervose della madre entri in contatto con il nascituro e riesca a fotografare l’immagine che appare ai suoi occhi quando uscito dal tunnel oscuro li spalanca sulla sala parto. Sono certa che quel primo shock c’imprime un fardello che ci porterà in groppa per tutta la vita, la paura delle novità, la diffidenza verso gli estranei, il rifiuto dei camici e tante altre cose.
Marcellina, non emise un grido, tanto che le infermiere se la dimenticarono, ed io corsi il rischio di scivolare per terra. Fu il mio primo vagito a richiamare le arpie.

E nata” brava, brava si complimentarono con lei per non averle distolte dai loro pettegolezzi. Mia madre batteva i denti per la febbre e quando le mostrarono il risultato di tutte quelle sofferenze per poco non le venne un colpo, non mi avevano ancora pulita del tutto, lo spettacolo doveva essere devastante.

Un rospo, tutto nero, con tanta peluria da far invidia a King Kong, e una grossa voglia sul collo, una fragola pronta per essere colta.

Mio padre era in sala d’attesa. Tutto da manuale, tranne che per il fatto che fu ugualmente contento anche se ero femmina e in questo devo ringraziare le sue origini russe.

Mi portarono a casa, avvolta in cento pannolini e con la testa piena delle raccomandazioni del pediatra, che mia madre si guardò bene dal seguire.

Ero una belva affamata. Marcellina non faceva in tempo a nascondere i capezzoli turgidi resi porosi dalla fuoriuscita di latte, che aveva in abbondanza, che subito io richiedevo la poppata. Divoravo in continuazione, o forse mi piaceva ciucciare, giorno e notte. Mia madre assolveva al suo compito con grande pazienza, ed in questo l’invidio perché ho avuto modo di osservarla anche con mia figlia, nel periodo dell’abbandono. L’unica differenza è che mia figlia per forza di cose fu svezzata con il biberon, ma l’impegno fu uguale e anche il senso del dovere.
Quando più tardi lessi Winnicot, l’unico pedagogo che sia riuscita a digerire credo che io per lui sarei stata l’unica eccezione che non conferma la regola.

Per Winnicot i neonati piangono per sette motivi,e la madre riesce a distinguere dal pianto la causa: fame, sonno, malessere, desiderio di essere cambiati……….,io non piangevo quasi mai e sempre allo stesso modo, uno strillo acuto isterico. Questo perché mia madre riusciva a prevenire tutti i miei desideri.

Era fatta così, sin dall’inizio non mi diede modo di esprimermi, e non mi posso neanche incazzare poiché questo suo asfissiante senso del dovere, lei lo avrebbe definito “Amore”. Comunque sia io ne avevo bisogno, lei era il mio centro, l’unico punto di riferimento affidabile, se lei non c’era e veniva a mancare il mio punto d’orientamento,allora si che erano guai, diventavo cianotica per la rabbia. Ma questo accadde poche volte. Marcellina faceva sempre il possibile per evitarmi simili frustrazioni. Mi si era dedicata anima e corpo. Forse è per questo “troppo” che in seguito quando è nata mia figlia, ho obbedito all’ impulso di fuggire. Non volevo cadere in trappola, divenire la vittima consenziente di un altro essere che si sarebbe impossessato delle mie giornate dandomi in cambio solo la sua dipendenza egoista. Le conseguenze sono state catastrofiche per la mia fragile psiche, mi sentivo un mostro e nessuno poteva aiutarmi. Mentre tutti i manuali, parlavano della maternità come dell’esperienza più bella per qualsiasi donna, io fuggivo dalla stessa, evitavo il contatto con mia figlia convincendomi che era meglio così per entrambe. Ancora non era stato scritto il libro “Lieto evento”, e le protagoniste Barbara e Lea non erano ancora in embrione nella mente di Eliette Abécassis, l ‘autore. Leggerlo mi avrebbe aiutata a non sentirmi così diversa, apparentemente ero una donna libera,

ma nell’intimo ero completamente schiava dei miei sensi di colpa.

Comunque sia “Abnegazione” è un termine che non è mai entrato nel mio vocabolario.

Incontro con Sofia la Russa

Cercare di capire la personalità di una donna nel suo continuo mutamento durante il passare degli anni e il susseguirsi degli eventi che la coinvolgono è un compito di soluzione ardua, soprattutto quando la persona in questione è vissuta in un altro paese e in un altra epoca.

Nonostante ciò ho voluto iniziare questo viaggio alla ricerca di luoghi e persone, cercando di dare un ordine logico agli eventi che hanno scandito la vita di Sofia, la mia lontana parente russa, spinta da una forza magnetica, che nulla ha a che vedere con tutto il resto delle mie esperienze. Un bisbiglio che mi ha accarezzato imperioso i timpani per avvisarmi che solo riuscendo a penetrare nella mente e nel cuore di Sofia, la mia ava, vissuta nel diciannovesimo secolo, sarei riuscita a capire il mio cuore e la mia mente, e quindi giungere al mio sé.

Avevo sentito parlare di Sofia la Russa da mia madre che a sua volta ne aveva sentito parlare da Olivia, la nonna paterna.

Di sicuro questa mia lontana parente doveva essere stata una figura a dir poco originale, una di quelle figure che non riconoscono potere al tempo e quindi, benché vissuta nel diciannovesimo secolo, nulla aveva da invidiare ad una donna d’oggi, a cui anzi potrebbe fare da esempio per il suo coraggio.

Ero sempre stata attratta dalla cultura e civiltà russa, a cui sentivo in qualche modo di dovere qualcosa del mio modo di essere. Quando a scuola ci chiesero di fare una ricerca sugli usi e costumi di un altro popolo scelsi naturalmente l’ Unione Sovietica,

e non me ne sono mai pentita.

Un album prezioso

Come ho già detto la mia curiosità nei confronti della figura di Sofia la Russa, questa mia parente leggendaria, era nata ai tempi delle medie, quando la mia insegnante d’italiano, aveva affidato a tutta la classe una ricerca a tema libero.

Marcellina, vista l’intensità del mio desiderio di fare un buon lavoro e dato l’argomento da me prescelto, “i frutti amati dal popolo russo”, aveva deciso di aiutarmi. Scelto un momento in cui eravamo sole, mio padre si era recato dalla vicina per sistemarle un elettrodomestico, da un nascondiglio aveva fatto saltar fuori – la sorpresa -. Poi, dopo aver chiuso la porta che dava sul ballatoio, immagino per non offrire la possibilità a presenze indiscrete di infastidirci, mi aveva preso con l’unica mano libera per un braccio e costretta a sedermi sul divano accanto a lei.

Era tipico di Marcellina non dare valore alle cose, agli oggetti voleva bene, sì ma a modo suo, il che vuol dire che tutto doveva vivere e palpitare, e la vita per lei era sinonimo di vivacità e possibilmente caos. Benché ad un osservatore estraneo potesse sembrare negligente, mia madre a conoscerla bene, credeva nel suo metodo e soprattutto non amava intromissione. In casa nostra potevamo scordarci quei soprammobili, o orpelli, messi in ordine e in bella mostra sulle superfici dal baluginio anonimo. Il famoso album, ad esempio, quello che si rivelò esser documento di grande importanza, era sempre stato alla mercé di chi era alla ricerca di un pezzetto di carta per pasticciare. Era un album dalla copertina robusta di un colore marrone un po’ appannato, l’aspetto anonimo di chi è stato trascurato, e i fogli interni erano di una carta dalla trama spessa.

Alle foto, si alternavano fogli vuoti, ancora più ingialliti, e, io, che per un certo periodo mi ero creduta Giotto in miniatura, forse anche un po’ incompreso, quando ero colta dal desiderio di disegnare, ci avevo pasticciato su con le matite appuntite per poi, insoddisfatta dal risultato per lo più mediocre, strapparli senza pietà.

Ho amato mia madre, confesso però che per un certo periodo provai un gran fastidio per questa sua sciatteria. Che poi il mio era un giudizio superficiale, poiché mia madre non era trascurata, ma democratica verso gli oggetti ,così come lo era verso le persone. Per lei tutto e tutti avevano valore.

Il valore era quello intrinseco a cui aggettivi come ricco o bello, ricercato, snob, povero o misero, non erano che un aggiunta di poca importanza.

Solo in cucina, era riuscita a creare un minimo di gerarchia, tra gli utensili, gli ingredienti, le spezie, e naturalmente la frutta, poiché tutto ciò le serviva per creare le sue fantasiose ricette, che a loro volta servivano per renderci felici.

Ma tornando al mio album, quando le accennai della ricerca per la scuola, e dopo avermi ascoltata attentamente, a mia madre si disegnò un punto esclamativo sulle labbra. Eureka!!, La lampadina le si era accesa. Fece solo passare qualche giorno senza tornare sull’argomento. ed ecco che un pomeriggio, dopo aver fatto merenda, mi chiese di chiudere la porta che dava sul ballatoio, e mi fece sedere accanto a lei. In mano teneva l’album dalla copertina in pelle marrone. Lo stesso album, che aveva vagato da sempre da un mobile all’altro, quasi senza meta. Ma ora, non so per qual miracolo o forse a causa della suggestione, sembrava avere assunto un aspetto diverso, più curato, come se realmente fosse stato tenuto al sicuro in un cassetto. Marcellina prese a sfogliarlo lentamente, e sin dalla prima foto che lei mi mostrò con religiosa attenzione, pensai che mai avevo visto immagini più belle. Il bianco e il nero si erano tramutati in unico color seppia e l’espressione dei volti sorridenti ripresi in varie pose, avevano un che di ingenuo, che non ho più ritrovato nelle facce dall’aria disincantata di chi al giorno d’oggi posa anche solo per foto amatoriali.

Guardavo il lento susseguirsi delle pagine e nel mentre ascoltavo la voce di mia madre che fattasi sussurro aveva iniziato a raccontarmi una storia che all’inizio non mi parve vera. Come mai sino ad allora non ne era stato fatto cenno. Come per le mestruazioni, Marcellina aveva preferito tacere, per una sorta di pudore che mi era incomprensibile, soprattutto visto il mio carattere poco portato al compromesso. Con gli anni avrei capito il motivo della scelta di tacere sull’esistenza di Sofia, e su parte degli avi,alcune erano figure scomode, e soprattutto Sofia per quanto l’avesse ammirata, mia madre così tradizionalista negli affetti non era riuscita a capirne il desiderio di libertà, una parola che suonava blasfema soprattutto se a sentirne l’esigenza era una donna.

Avevo scoperto un nuovo mondo, a cui di riflesso anch’io appartenevo. Ma ancora non potevo immaginare che da quel momento in poi, un fantasma, un’ ossessione sarebbe entrata nella mia vita piuttosto comune, per renderla unica. Sofia la Russa, la mia antica e lontana parente da parte di padre, osservandomi dalle pagine ingiallite dell’album, aveva deciso di prendermi sotto la sua guida, e rendermi quella che sono, unica e imprevedibile, anche se all’apparenza simile a migliaia di altre donne appartenenti alla mia generazione.

Da quel giorno, l’album dalla copertina marrone divenne per me una presenza sacra, tanto che lo sistemai avvolto in una sciarpa di seta, con la sensazione di doverlo curare, accarezzando in modo particolare, come fossero ali spezzate di colomba, i fogli che avevo sin ad allora pasticciato.

Adolescenza

Da fragola che ero

La Password della mia adolescenza fu “speranza” il login “delusione 60’

Adolescenza è quel periodo difficile in cui non si è né pesce né carne, ma a pensarci bene uno dei periodi più belli e misteriosi in cui si scopre la capacità di pensare in modo astratto, andando oltre la realtà. Si riflette su se stessi su quello che si è e su quello che si potrebbe divenire, io invece mi chiedevo chi avrei potuto essere se nata in un contesto diverso.

Improvvisamente mi ero accorta che la mia fisionomia stava cambiando, e la conseguenza visibile era l’abbandono del mio corpo infantile. Mi si erano ingrossati i capezzoli ed i seni erano diventati due piccole pere appuntite. Il viso si era riempito di brufoli che mi causavano forti complessi e che mia madre cercava di curare con strane poltiglie, puzzolenti quanto inefficaci. Le prime tempeste ormonali avevano iniziato a farsi sentire, soprattutto quando Eric un mio compagno di giochi mi aveva proposto certi grattini sulla schiena

Mentre la realtà quotidiana mi ruotava attorno confidenziale e rassicurante come sempre io mi sentivo sempre più strana e prossima ad una trasmutazione.

Sino ad allora mi ero paragonata ad una fragola, per rifarmi al gioco iniziato con mia madre, la quale per prima mi aveva paragonato alla polpa dolce e succosa del rosso frutto. Purtroppo con mia sorpresa e dispiacere mi stavo trasformando, ma in cosa e quale sarebbe stato il risultato definitivo ancora non potevo saperlo.

Tutti questi pensieri si rincorrevano in maniera disordinata quella mattina, erano i primi giorni d’aprile, non ero andata a scuola a causa di dolori che andavano e venivano al basso ventre. Seduta sulla mia poltroncina in cucina, il centro sociale della casa, guardavo assorta i raggi finalmente tiepidi del sole primaverile. Oltre ai raggi, dalla porta ogni tanto si affacciavano anche le vicine, per offrire il saluto quotidiano e chiedere a mamma quale bontà stesse preparando. Ora ricordo che era uno dei cari giorni della macedonia. Quando all’improvviso dovetti buttarmi a terra per il dolore, una fitta lancinante che saliva dal mezzo delle gambe per trafiggermi fino al cervello. Mi alzai a fatica per correre verso il bagno poiché sentivo del liquido viscido e caldo scorrermi lungo le cosce e sporcare i polpacci. Non avevo il coraggio di guardare cosa fosse.

Ma era sangue, c’era sangue ovunque al mio passaggio che faceva per terra una scia inconfondibile. Sembrava che fosse passato Pollicino alla ricerca della strada di casa, io cercavo mia madre perché mi rassicurasse, nessuno mi aveva preparato, nessuno mi aveva detto che tutto ciò doveva accadermi. Il silenzio, questa era stata un’altra delle scelte che aveva unito i miei contro di me, almeno questo fu il senso che diedi all’accaduto quando lo spavento mi abbandonò per lasciare spazio ad una certa stanchezza. Ero diventata donna nello spazio di un mattino, e sempre in quel mattino avevo preso una delle decisioni più importanti della mia vita. Se un giorno fossi diventata madre mai avrei scelto il silenzio e quella specie d’omertà che sentivo essere come un collante che univa gli adulti nell’impartire regole che chiamavano educazione.

Delle mie figlie sarei stata complice e saggia amica.

Quello che era un dono della natura e che segnava il passaggio da sterile giunco a fertile pianta da me fu accolto con repulsione e fastidio. Mi sentii sporca, esattamente come quando in seguito feci l’amore.

Quella sera mia madre per farmi superare il dolore mise in tavola come sorpresa uno splendido dessert con cachi.

Finalmente capii in cosa mi stavo trasformando, in un caco.

La mia vita da adolescente: un Caco!

Perché proprio un caco?

Il caco è un frutto di bell’aspetto, la forma e i colori sono perfetti;

Quando l’albero si libera dalle foglie per restar spoglio, il frutto come godendo di quest’improvvisa libertà raggiunge il massimo del suo splendore, e le sue forme ormai turgide possono ingannare sul suo grado di maturazione, spingendo soprattutto il profano a raccoglierlo.

Per portarlo alla maturazione occorrono mani amorevoli, di solito quelle del contadino che dopo averlo colto accarezzandolo delicatamente lo poggia su di un letto di paglia.

Nascosto alla vista e protetto il Caco, prendendosi il tempo necessario finisce il suo tempo di maturazione.

Dolcissimo e succoso quando maturo, il caco può essere un frutto aspro e amaro se addentato prima del tempo.

Durante tutta la mia adolescenza mi sono sentita come quel caco colto prima del tempo, addentato e poi gettato via perché aspro.

Di chi la colpa.

Colpa del viandante? Gianni

Colpa del contadino? Mia madre

Colpa del frutto? Io, Anna

Avevo solo quindici anni quando conobbi a Rimini, Gianni, il mio futuro marito.

Quei cinque anni li ho saltati, sono stati inutili e quasi non ricordo più nulla di quel periodo. Ma credo che sia solo una difesa dovuta alla rabbia.

L’adolescenza, quello che dovrebbe essere il periodo più bello, quando noi giovani esploratori ci addentriamo sul sentiero della vita, un sentiero impervio forse rischioso ma starà a noi imparare ad evitare le buche, spostare i rami che potrebbero ferirci e avanzare coraggiosi cercando di arrivare alla fine del sentiero con meno graffi possibili.

Per me non fu così perché mia madre non mi permise di scavalcare le buche, di scostare gli arbusti, di cogliere i frutti gustosi che il bosco circostante mi offriva, di andare incontro al mistero, di esplorare la foresta, trovando dentro me stessa il coraggio delle risposte.

Iniziai a lavorare in un Istituto di Ricerche di Mercato, dove ero capitata per caso. Il sabato e la domenica li passavo con Gianni, ed era raro che uscissi con le amiche giacché non ne avevo.

Gianni aveva saputo accaparrarsi la benevolenza di mia madre, anche se non era un gran partito, la sua era una famiglia modesta e questo giocò a suo favore. Fu il mio primo uomo in tutti i sensi, ma non mi sconvolse i sensi. Ogni volta, dopo, pensavo, ma è tutto qui?

Chi mi sconvolse i sensi ancora per una volta, fu Giuseppe, il responsabile dell’ ‘EDP, il reparto informatico.

Il nostro era un gioco di sguardi, di sottintesi maliziosi, che mi sconvolgevano molto più di tutte le carezze di Gianni che a volte mi davano persino fastidio.

Era l’intrigo a piacermi? Il doversi nascondere: affidai tutte le mie sensazioni ad un diario che avevo preso a scrivere e che tenevo in una scatola nascosta sotto il mio letto.

Con Giuseppe dopo un po’ mi feci più audace, lo aspettavo quando sapevo che era arrivato alla fine del suo turno e mi infilavo nell’ascensore cercando in tutti i modi di stargli accanto, per sfiorarlo e sentire l’odore di tabacco della sua pelle.

Mi emozionava. Sapeva di uomo maturo, sicuro di se. Non m’importava la sua incipiente calvizie che a mio avviso gli donava.

Mentre l’ascensore scendeva, in quei pochi secondi sognavo di baciarlo e a quel pensiero uno sfarfallio mi prendeva la bocca dello stomaco, e io uscivo dall’ascensore stordita. Non c’era altro, ma a me bastava per dare sapore alle mie giornate. Andò avanti così fino a quando mia madre dopo aver letto il diario (non l’ho mai perdonata per questo) presami in disparte mi fece la morale.

Neanche si preoccupò di nascondere come fosse venuta a sapere della mia relazione extraconiugale. Lei la definì così.


Non ricordo bene ma il succo del discorso fu – se hai un fidanzato non civetti con gli altri – se no vuol dire che lui non ti piace e allora lo lasci – ma senza fidanzato, bada bene, la tua libertà, quella di cui hai goduto sinora termina.

Mia cara bambina la nostra è una famiglia rispettabile e non sarai di certo tu a cambiare le regole.

Mi convinse che meglio di Gianni non avrei potuto avere se non delusioni. Come se all’orecchio di Giuseppe fossero arrivate quelle parole, improvvisamente lui smise di corteggiarmi. Ai suoi occhi io ero divenuta trasparente.

Rimini

Se qualcuno mi proponesse di passare un’estate a Rimini penso che ucciderei con lo sguardo l’ingenuo, l’ottuso, chiunque insomma potesse farmi una simile proposta.

Ho viaggiato, imparato a conoscere e apprezzare le bellezze della natura e quindi penso che Rimini non appartenga a questa categoria. I miei non la pensavano allo stesso modo e allora anch’io ero d’accordo. Amavo Rimini e i divertimenti che offriva a noi ragazzi.

Tutti gli anni ci ospitava una pensioncina, ricca di comodità e accoglienza famigliare.

Arturo e Ines i proprietari ci riservavano sempre le stesse due stanze attigue, il mare era vicino, con la sabbia calda che ci prosciugava l’umidità dell’inverno milanese, e poi c’erano tutti i miei amici, la compagnia degli sfigati.

Io ero la più piccola, ma non per questo la meno corteggiata, non starebbe a me dirlo ma ero graziosa, nonostante il muso che contraddistingueva la mia espressione, forse un vezzo. Portavo un costume intero, allora si usava così, blu con pallini rossi, i capelli ondulati mi coprivano il viso ed io li scostavo solo per sbirciare chi mi stava di fronte, un attimo e poi tornavo a coprirmi.

Dopo Eric nessuno mi aveva fatto sentire le farfalle nello stomaco, ma quell’estate del 1960, il jue box suonava le musiche di…arrivò Paolo a sconvolgere i miei sonni.

Sorrido al pensiero di quanto eravamo ingenui, e distanti dai giovani di oggi. Non sono passati tantissimi anni, ma sembrano millenni tanto il mondo si è capovolto, a gambe in su e a gambe in giù. Il sessantotto, con la sua rivoluzione ha capovolto valori, come un fiume in piena, travolgendo la morale, i pregiudizi, ma anche le massime, delle po’ troppo in fretta, distruggendo senza che ci fossero pronte le scelte.

Il primo amore

Il primo amore, Paolo,

Non lo udii né lo vidi arrivare. Mi invase a poco a poco, albergò in me per un momento, prima che la freccia di Cupido colpisse la mia coscienza. Prima che avessi il tempo di accorgermi della sua presenza. Prima di distinguerlo come tale, di confessarmelo.

Paolo era il nuovo acquisto della compagnia. Prima fummo amici.

Il progressivo evolversi verso l’amore avvenne senza che io lo volessi, a mia insaputa.

Cominciai a non pensare che a lui, ogni volta che la mia mente si liberava delle piccole preoccupazioni quotidiane. Lui era, anzitutto estremamente bello. Riconosco che l’aspetto fisico non sia la cosa più importante in un individuo. Ma non posso negare che mi venissero in mente per primi i suoi occhi, il suo viso, l’espressione assorta, i suoi gesti,l’eleganza delle forme. E ancora oggi succede quando penso a lui. Nessuno potrà contraddirmi l’immagine precede il pensiero, lo aspetta paziente per impossessarsene e piegarlo ai suoi voleri.

Gli occhi di Paolo erano neri, erano bellissimi.

Il suo essere emanava un certo romanticismo, molta sensibilità e sensualità. Parlava straordinariamente bene per la sua età, diceva cose appassionanti e sapeva comunicarmele. Aveva in tutti noi un auditorio che all’occasione lui sapeva catturare e convincere.

Raffinato, elegante, a volte era altezzoso ma in lui questo aspetto non mi disturbava.

Pensavo solo a lui.

Avevo l’impressione che il cuore mi stesse per scoppiare, quando lo guardavo, e più ancora quando i suoi occhi si posavano su di me , spesso con adorazione, a volte con freddezza ostentata soprattutto in presenza degli altri.

Tentavo di stabilire un codice amoroso con la più piccola scintilla delle sue iridi, con il minimo battito delle sue ciglia.

Il ritmo cardiaco aumentava anche quando lui non c’era: non appena la sua immagine invadeva la mia mente, e la voglia di vederla a ondate si insinuava nel mio corpo, se gli scrivevo una lettera che non avrei mai consegnato, o se per essere alla sua altezza leggevo uno dei libri che mi aveva consigliato.

Credo che fu con la scoperta dei battiti impazziti del cuore, queste pulsazioni così forti, carnalmente reali, che io riconobbi l’amore.

Al principio me lo negai. Mi sentivo sciocca, poiché non capivo, tutto ciò sfuggiva al mio controllo, mi sentivo nuova e smarrita. Lo scacciavo dalla mente in mille modi, percorrevo labirinti interiori, pieni di sortilegi e preghiere per seminarlo. Tornavo bambina o mi proiettavo nella mia vita adulta con aria distaccata. Si trattava né più né meno di sfuggire al presente. Lui tenace era continuamente dentro di me, un tutt’ uno con la mia persona, con tutte le mie azioni con tutte le mie parole.

Ciò che ero sembrava esistere solo per lui,essere rivolto solo a lui; quali che fossero i miei scopi apparenti, si allontanavano da me. Mi spersonalizzavo mentre da un altro lato ero investita a ogni passo da una forza sovrannaturale. Una vera ossessione, un piacere irritante ma intrigante. Una muta di primavera, forse sì. Era questo.

Chissà che fine ha fatto Paolo, ma anche Giuseppe, Alessandro e tutti gli altri uomini che mi hanno fatto provare questo batticuore.

Sono cambiati i nomi ma non le sensazioni, che ogni volta mi hanno travolta, annunciandomi l’arrivo di una nuova primavera, di un nuovo amore.

Che io ho accolto con gioia ma anche con dolore.

Ma come ho detto per me l’amore è il maraschino,il liquore più adatto per una macedonia speciale, il sale che da sapore alla pietanza. Solo i malati devono accontentarsi di pietanze insipide per sopravvivere.

Ma a Paolo devo il merito di essere stato il primo e forse per questo quello che ricordo con più precisione.

Ci avevano presentato delle amiche comuni, anzi lui era entrato nella compagnia assieme al suo amico Gianni. Sembravamo due siamesi tanto erano indivisibili e questo m’infastidiva perché Gianni non gli permetteva di stare solo con me, con una sorta di magico tempismo arrivava sempre quando Paolo stava per baciarmi.

Reggio Emilia

Non sposai Paolo ma Gianni, l’unico per cui non ho mai provato un benché minimo batticuore. E questa è un’altra storia. Ci trasferimmo a Reggio Emilia, nonostante la mia poca convinzione, nella villa di famiglia dei Manzini, dove tutto era già stato predisposto, dall‘arredamento piuttosto banale anche se pretensioso, all’organizzazione dell’andamento della casa. Era come se io non dovessi esistere, dal punto di vista della personalità adulta. Mi accorsi invece che Gianni preferiva dare spazio ai miei capricci e le ottusità di ragazza, ancora troppo giovane per fare la moglie o poter esprimere qualcosa d’intelligente.

Gianni non era cambiato rispetto ai tempi di Rimini e delle sue improvvise visite a Milano, quando io amoreggiavo con Paolo il suo migliore amico e lui fingeva di venire a trovarmi per rimettere insieme i cocci dopo ogni nostro litigio, che non so come pur essendo partito da una banalità, dopo che Gianni ci aveva messo mano, diveniva frattura insormontabile. Ammetto che Gianni era bravo nel girare le frittate a suo favore.

A Reggio mi ero fatta delle amiche, Franca, Pucci e Elisa. Tutte brave signore borghesi, tutte felicemente sposate come me, con mariti assolutamente simili a Gianni, a parte l’età e la professione.

Assistevo tranquilla allo scorrere dei giorni, certa che sarebbero stati tutti uguali, sino allo scadere del mio tempo, e non vedevo scampo e forse ancora non lo volevo. Di sicuro le lunghe conversazioni fatte con le amiche nelle sale da te dei bar più ricercati della città, non mi aiutavano a prendere coscienza del torpore in cui ero caduta. Milano era così lontana che a volte mi sembrava di averla solo sognata. La mia adorata via San Marco era una cartolina appesa alla parete, un luogo in cui ero stata tanto tempo prima.

Un giorno, in un giorno che al suo spuntare era sembrato buio come tutti quelli che gli erano preceduti da quando mi ero trasferita a Reggio, finalmente apparve la luce, eri tu che ti annunciavi, una goccia di vita scappata dal nulla. Non avendo esperienza non so di preciso come feci a capirlo che in me si stava radicando un’altra vita, ma ne ero certa. Sdraiata con gli occhi spalancati sul vuoto del mio quotidiano, un fulmine mi colpì e d’un tratto nel buio si era acceso un lampo di certezza; si tu c’eri. Esistevi. Mi si era fermato il cuore dalla gioia e dalla paura. Non sapevo cosa potevo offrirti oltre alle certezze materiali e alle incertezze delle mie giovani convinzioni.

A 22 anni non sapevo ancora chi ero e chi volevo essere. Ma tu mi venisti in aiuto, poiché da quando avvertii la tua presenza dentro di me, fui certa che sarei stata tua madre,una buona madre, e che tu fossi un maschio o una femmina, ti accoglievo nella mia vita per rendertene protagonista. Tu saresti stata la mia rivincita sul vuoto che la provincia aveva cercato di radicare nella mia anima apatica.

Fu al secondo mese che feci l’ecografia, sino allora avevo preferito non sapere quale fosse il tuo sesso, maschio o femmina che importanza poteva avere.


Mentivo a me stessa, in realtà il mio sogno era di mettere al mondo un’altra femmina. Non ero per niente d’accordo con Marcellina, che era convinta che nascere femmine fosse solo una disgrazia. Infatti, quando si sentiva, triste soleva sospirare (“Ah se fossi nata maschio).

Valeria, Marcellina, Anna e Sofia – le donne della mia vita

Per certi versi non potevo darle torto, il nostro è un mondo fabbricato su misura dagli uomini per gli uomini, e la loro dittatura è così antica che si estende persino al linguaggio. Si parla sempre al maschile, Dio è un uomo, gli eroi sono uomini, Gesù si dichiara figlio dello Spirito Santo, ma è proprio per questo che nascere donna per me finiva per rappresentare una sfida, una ricerca che aveva il fine pretenzioso e forse un po’ ingenuo di liberarmi dalle catene di secoli di schiavitù e pregiudizio.

Nascere donna voleva dire avere tante cose da intraprendere, da scoprire, diritti da esigere, doveri cui finalmente rinunciare, come quello di essere sottomessa, di essere stupida per essere accettata. Furono questi i pensieri che mi accompagnarono sin dall’inizio della gravidanza, come se con il crescere di questa nuova vita dentro di me avessero iniziato a prendere forma in me concetti che erano finiti nell’oblio. Fu allora che decisi di dedicare parte delle mie energie, senza nulla togliere a te, e del mio tempo, per fare delle ricerche sulla vita di Sofia la Russa. Dovevo solo aver pazienza, e fare le cose per benino, sapevo che nei primi tre mesi di gravidanza sarei dovuta rimanere tranquilla per permetterti di attaccarti saldamente al mio utero. Ebbi l’accortezza di non parlarne con nessuno del mio progetto, fosti tu la mia unica complice e testimone. E ne sono contenta, perché sono certa che quella nota aristocratica che ti distingue, ti è stata trasmessa da me in quel periodo o forse meglio ancora dall’essere venuta in contatto, grazie alla mia testardaggine con Sofia Krassowsky – Cittadina Russa vissuta alla corte degli Zar.

Spezzare un anello della catena che ci lega ancora ai fantasmi del passato, è questo il segreto del ciclo delle vite, ed è il motivo per cui torniamo sulla terra, anime irrequiete cercando uno spiraglio di luce nel buio che ci guida.

Sofia è stata la mia luce, lo strumento con cui ho tagliato il primo anello, e Anna Achmatova incarnò la presenza silenziosa che io imparai ad ascoltare attentamente in cerca di una via di d’uscita.

Mia madre si sposò ragazza, e ancor giovanissima mi partorì. In tutto il tempo che le ho trascorso accanto, non le ho mai visto fare qualcosa d’imprevedibile. Intendo sparire per due giorni, che ne so tingersi i capelli di un altro colore, rinnegare la monotonia dei suoi giorni, comprarsi un vestito viola, bere un bicchier di troppo, rinnegare mio padre, i vicini o me sua figlia.

Aveva sempre accettato tutto, dalla morte dei suoi genitori, avvenuta quando lei era ancora giovane, (figlia unica), – alla povertà improvvisa – mi raccontò che non aveva nemmeno i soldi per i funerali, e dovette farseli prestare da una cugina brianzola che le stava pure antipatica. Fu in quell’occasione che capì di essere stata abbandonata anche dagli amici ricchi, ignobilmente preoccupati di doverla magari aiutare.

Credo che abbia sposato Giorgio, mio padre, che allora faceva il militare nella caserma di de Angelis, vicino alla panetteria ancora proprietà della famiglia di Marcellina, un po’ perché era il ragazzo più affascinante che non avesse mai incontrato, ma soprattutto perché terrorizzata dalla solitudine. Andarono a vivere nella vecchia e malandata casa di ringhiera di via San Marco, dove su cinque piani erano raggruppate venti famiglie. Ora quella stessa casa è diventa di moda, e di famiglie ne vivono solo dieci. Allora, e sino a quando io sono stata piccola, l’anima della casa erano i bambini, ce n’erano tanti, e tutto il giorno scale e cortile diventavano nostra proprietà. Un baccano che dava gioia soprattutto se confrontato con il silenzio che fece seguito a causa del calo delle nascite e dell’’elevarsi del ceto sociale che andò ad abitarci.

L’unica eredità che Marcellina ebbe dalla famiglia fu, la paura della miseria da cui non si liberò mai più, e un senso di delusione.

A causa di questa sua fobia arrivato per me il momento di andare alle medie, invece del Parini, ritenuta una scuola per ricchi, Marcellina mi spedì alle medie di via Volta.

Io non riuscivo a vedere tutta questa povertà poiché tre volte la settimana andavamo al cinema, almeno due al ristorante e due mesi di vacanza d’estate li abbiamo sempre fatti.

Ma il trauma causatole da mio nonno, Annibale Beretta, che io per fortuna o per disgrazia non ho avuto modo di conoscere perché morto prima della mia nascita, le rimase impresso come il marchio che ho visto stampato sul sedere delle pecore in Scozia. Nonno Annibale, era nato ricco, la panetteria in piazza De Angelis apparteneva ai suoi genitori. Da ragazzo si era anche divertito ad alzarsi presto di mattino per andare al forno a cuocere il pane. Ed era bravo a far lievitare la pasta e a creare aromi meravigliosi, che uscivano da sotto le saracinesche per salutare il mattino ed i primi passanti. Ma poi scoprì il fascino del gioco e divenne accanito nel rincorrere a vuoto la fortuna. Sciupa femmine e amante delle macchine da corsa, ci mise poco a far fuori tutti i suoi guadagni,

senza preoccuparsi di chi gli stava accanto. Morì giovane seguito a breve da sua moglie, mia nonna Luisa e, lasciando Marcellina orfana.

E da ricca che era – povera in canna – .

Mio padre l’aristocratico

Giorgio mio padre

a differenza di Marcellina, si senti sempre un Re, cui mancava solo la corona.

Marcellina e Giorgio, mai due persone furono più diverse. Lui amava la musica, la solitudine degli orsi, il silenzio e l’invenzione, le passeggiate con me alla ricerca dei luoghi di Milano. Lei amava le chiacchiere, la confusione, il pianerottolo di via San Marco, il rumore dei mercati. Lei parlava in dialetto milanese, mio padre usava espressioni ricercate nel pieno rispetto della lingua italiana. Dopo aver procreato l’unica erede, s’immersero ognuno in un proprio mondo, e ad unirli fu la formalità dei gesti quotidiani.

In una cosa però facevano fronte unico: un’intesa sublime, nel modo di educarmi. Per entrambi ciò che contava era il lato esteriore, la facciata. Sapevano prestare un’attenzione estrema agli aspetti più banali dell’educazione, era tutto un – questo si fa o questo non si fa – stai seduta composta, non rispondere con la bocca piena – potrei scriverne un libro di queste cazzate.

E dico cazzate, perché l’impegno che mettevano nel cercare di inculcarmi queste regole era ammirevole, peccato che non facessero altrettanto per il mio lato spirituale, lasciando al caso tutto ciò che faceva parte della mia vita interiore, soprattutto in questo mia madre peccò moltissimo.

Ero una bambina piuttosto sensibile, piena di curiosità legate al fatto che molte cose non mi convincevano. Mi sarebbe bastato parlarne. Purtroppo ogni volta mi era risposto in maniera approssimativa, lei sorrideva e voltava la faccia da un altra parte. Tutto ciò non fece che creare in me insicurezza.

Solo di una cosa ero certa. “Per essere amati non bisogna rompere le scatole al prossimo!”

Oltre alle invenzioni mio padre amava i luoghi e Milano per lui era “il luogo” per eccellenza.

La città dov’era nato e che aveva visitato palmo a palmo. “Quando si ama, dell’oggetto amato bisogna conoscere e accettare anche i difetti” affermava seriamente mentre camminavamo mano nella mano durante le nostre passeggiate. Mi piacevano molto quelle passeggiate poiché, quando eravamo soli per le strade di Milano, mio padre mi sembrava più giovane, più sincero come sollevato da qualcosa che non gli apparteneva.

Di Milano amava i quartieri popolari, che allora non erano l’estrema periferia, ma era un mondo popolare che trovava la sua espressione lungo i Navigli, niente a che vedere con le osterie e i caffé dalle atmosfere artefatte e fatue di oggi.

C’era la Milano di porta Ticinese, e quella attorno a Piazza Sant’Ambrogio, che era meno popolare, ma la chiesa romanica dove era nato il rito ambrosiano per lui incarnava il simbolo massimo della milanesità, più ancora del Duomo.

In queste scorribande io l’accompagnavo sempre volentieri, non tanto per una devozione verso la consocenza, ma perché certa che la tappa finale era una pasticceria dove avrei potuto abbuffarmi di

meringhe, le mie paste preferite. Era un suo modo di premiare la mia attenzione.

Ma la passeggiata che amava di più era la visita al Grand Hotel et de Milan,dove secondo lui nelle sale e negli appartamenti era racchiuso l’ultimo secolo di storia milanese. Ci arrivavamo passando da Piazza San Babila, e poi via Matteotti, piazza Meda, piazza Scala e finalmente via Manzoni.

Arrivati davanti alla facciata dell’ ’Hotel papà mi metteva confidenzialmente una mano sulla spalla e stringendomi diceva”Guarda Annin, questa è la dimora milanese del bel mondo. Qui c’è stato Giuseppe Verdi. Lo sai chi è Giuseppe Verdi?, Un giorno ti farò visitare l’ appartamento che aveva scelto come sua residenza e dove è morto.

Conosceva tutti i numeri degli appartamenti, Verdi era stato ospite al n. 105, Tamara de Lempicka aveva scelto il 405, Gabriele d’Annunzio al 103 e quando mi parlava dei soggiorni di Rudolf Nureyev di Margot Fonteyn, ogni volta si commuoveva.

Non che seguisse in modo particolare il balletto, ma aveva una passione per questi due personaggi, soprattutto per Nureyev. Non gli andava giù che fosse dovuto fuggire alla sorveglianza dei funzionari sovietici per chiedere asilo politico all’Occidente. Lasciarsi sfuggire i talenti per lui era un peccato capitale, era scialacquare la ricchezza di un popolo, calpestarne l’anima.

Pur amando la Russia, a parte Krusciov, non perdonava ai suoi politici molte cose.

Un rumore come di tuoni lontani annuncia l’arrivo di un treno. A volte i ricordi ingannano i sensi, come spiegare sennò quest’odore di sabbia bagnata che avverto, mentre aspetto, qui alla stazione di Reggio il treno che mi porterà a Milano.

La gente si accalca davanti alla porta del vagone di seconda classe e si stringe, un po’ come ci stringevamo noi della compagnia degli sfigati sotto alla tettoia sulla spiaggia, mentre la pioggia offuscava l’orizzonte del mare e rendeva la situazione irreale. Fatico a seguire il filo della memoria. Cerco di non pensare a cosa possa portarmi questo nuovo giorno, cerco di rifugiarmi nel passato con la mia vita come unico giocattolo, ma il suono della voce di mia madre Anna – corri, papà sta male – si fa spazio sgomitando fra gli altrui ricordi, e nonostante gli sforzi per non farlo riemergere, il volto di mio padre mi appare portando con se tutti i momenti vissuti assieme.

Cerco di distrarmi immaginando le destinazioni dei passeggeri seduti accanto, chi li aspetterà al loro arrivo, quali storie si celano dietro i loro volti attoniti. Ma l’inquietudine rifiuta di mollare la presa e non serve ripetermi che l’incertezza fa parte della vita. Non mi è permesso tornare indietro e far finta di niente, ho sbagliato treno, ho sbagliato destinazione, vorrei tornare a prima di quella maledetta telefonata. Ormai prossimi alla fermata di Parma quelli che devono scendere spingono verso l’uscita. Fretta e spintoni, questo è ciò che ci offrono le Ferrovie dello Stato. La gente seduta sui seggiolini ribaltabili deve alzarsi in piedi, siamo in troppi, tra l’uno e l’altro passa a fatica, solo l’aria.

Ci stringevamo gli uni agli altri anche in quella buffa festa in riva al mare, ma lo facevamo per scaldarci a vicenda. Io, Paolo tutti gli amici, e Gianni che cercava di infilarsi tra noi due. Eravamo così scomodi, infreddoliti e fradici tanto che, dopo un po’, tutti cominciammo a ridere e far battute. Qui, invece ciascuno è assorto nelle proprie fissazioni, mentre il treno riprende la marcia.

Che mania la mia, di fare una macedonia usando i differenti pensieri. Un po’ di questo, un po’ di quello. Ad esempio che centra ora ricordare il giorno della mia prima comunione. Sono vestita da suorina, come tutte le altre bambine e con il crocefisso al collo mentre esco dalla chiesa di san Marco. Ero la più grande perché mia madre ci aveva messo del tempo per vincere le reticenze di mio padre, un anticlericale di quelli inossidabili….. Lui era rimasto ad aspettarmi all’uscita, non era voluto entrare in Chiesa, con un espressione di disapprovazione appiccicata sul viso, ma si era ben guardato dal farmi pesare il suo disappunto, e anzi afferrata la mia mano mi aveva sussurrato “Adesso ti meriti una bella cioccolata calda”

I medici gli hanno dato pochi giorni di vita, ma lui non sa niente”

La morte colpisce a caso, non si era di certo preoccupata di mia madre che senza di lui si sarebbe sentita persa, erano due cozze, erano indivisibili.

Nel poco tempo che mi divideva dal rincontralo, mi coglievano mille domande. Come mi sarei dovuta comportare al cospetto del suo stare male, distante come sempre, poco loquace e poco incline a mostrare i miei sentimenti, oppure per una volta avrei potuto confidargli quanto lo ammiravo, quanto lo amavo e quanto, sempre avevo avuto bisogno di lui.

Decisi che avrei fatto finta di nulla. Ero certa che lui sapesse. Papà era ateo e non credeva in un altro mondo o nel Paradiso, Paradiso e Inferno li aveva vissuti su questa terra e penso gli fossero bastati, così non volle il prete al capezzale.

Entrata in casa avvertii che l’atmosfera gioiosa del giorno della macedonia non sarebbe mai più tornata. Mamma se ne stava seduta accanto a lui tenendogli la mano, come se con la presa salda delle dita avesse potuto trattenerlo. Non riconobbi subito la sagoma sdraiata nel letto, mio padre si era ridotto la metà, uno scricciolo d’uomo e l’espressione smarrita di un bambino.

Se n’andò sereno, sembrava quasi che avesse aspettato solo il mio arrivo per dire “addio” alle due donne che aveva amato di più, con il suo tenero e nobile animo russo.

La gravidanza

Mentre tu nuotavi nel laghetto della placenta, al sicuro da ogni interferenza esterna, io cercai di tenerti lontana anche dalle influenze di Gianni tuo padre. So che potrebbe sembrarti egoista, ma avendo saputo che eri una femmina sentii che dovevo proteggerti da tutto ciò che avrebbe potuto intaccare la tua futura identità femminile.

Tuo padre di certo non era l’esempio più brillante o attendibile, e neppure lontanamente poteva accostarsi alle mie idee sulla tua educazione. Probabilmente iniziavi a non amarlo più, se mai l’avevo amato, e penso che sposarlo fosse stato solo parte del mio piano di fuggire da casa.

In ogni modo per tutti i nove mesi lui cercò di starmi accanto, a modo suo, e sono certa che si augurasse che tu fossi maschio.

La notizia della tua presenza si era sparsa ovunque, non mi ero accorta di conoscere gente in tutte le parti del mondo, come un tam tam la voce correva, Anna aspetta un bambino……Anna sarà madre, Grazia e Vania ed Elisa, mi asfissiavano con i loro “Stai attenta.. i primi tre mesi sono i più difficili. Mi riempirono di libri sul “Com’essere una buona madre” “IO e il mio bambino”, e non so che altro, libri che non lessi poiché convinta che gravidanza e maternità fossero un dono della natura, e quindi dovessero rimanere sotto la sua egida, senza tante minchiate e interferenze dei vari dottor Spock.

Finalmente arrivò il tanto atteso terzo mese, anche se devo ammettere che non mi ero accorta di particolari difficoltà o pericoli. Tutto era filato liscio, anche la mia fame non aveva smesso di abbandonarmi. Mi stavo gonfiando come un palloncino e iniziavo a sentirti, piccolo mollusco vorace, mentre ti gonfiavi assieme a me dentro di me.

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racconto: la Magia des Aromes

La Magia des Aromes

Durante la mia lunga vita, ho avuto molto a che fare con le persone, donne, uomini, bambini anziani, e tante altre specie e sottospecie, che io ho sempre chiamato nello stesso e unico modo, “Umani”, poiché a differenza loro nel mio mondo non esistono tutte queste frammentarie definizioni che hanno solo il potere di frammentare la realtà, per dividerla. Anche la parola tempo per me è qualcosa di “inesistente”, io non conosco il tempo ed i miei ricordi sono un tutt’uno, sino all’infinito abbracciano ciò che mi circonda, e passato, presente e futuro, fanno parte della mia essenza. Mi pare che tutto ciò che ho imparato vivendo accanto agli umani mi sia servito solo a frazionare le apparenze in caselline che a volte purtroppo non combaciavano,come la differenza tra i concetti di realtà e sogno, emozione, sentimento e ragione. Pare che ogni tanto una membrana cali sulle loro palpebre incollandole agli occhi, e in quei momenti oltre ad un senso di soffocamento la loro vista si oscura e ottenebra. A causa della cecità temporanea gli umani non si accorgono di vivere in tanti piccoli lager, sin da piccoli, li asili nido, le scuole, i collegi, gli orfanotrofi, le prigioni, gli ospedali e quegli orribili formicai che chiamano uffici, luoghi resi oscuri da un’aria irrespirabile, ma dove molti ci passano gran parte della loro giornata brucando parole. E questa è solo una piccola parte dei “peep show” in cui amano esibirsi quotidianamente. Aggrappati ad una rete che chiamano “il sociale”, oltre la quale non potranno mai vedere gli immensi spazi della libertà, delimitati come sono dal filo spinato di una morale strana.

Ma chi sono io per parlare degli umani così, in un modo a dir poco sconveniente, forse un’autorità del pensiero, quello che loro definiscono“un filosofo”, o più semplicemente qualcuno che ha la fortuna di essere diverso, con la possibilità di poter restare a galla nelle acque putride degli stagni oscuri, riuscendo a illuminarli con la sola forza della pura bellezza. Restare se stesso immacolato e perfetto anche a contatto di ciò che loro considerano sporco. Tra gli umani chi mi somiglia un po’ è il saggio che, pur vivendo nel mondo non si lascia contaminare dalle passioni, o il veggente che pur vivendo nel presente conosce il passato e legge nel futuro di chi glielo chiede. Ammetto di essere molto amato, mi si considera addirittura l’emblema della purezza e rigenerazione, e nella storia ho lasciato ovunque traccia di me grazie all’opera di poeti, pittori e scrittori che ho ispirato e che passavano il loro tempo a contemplarmi per carpire chissà quale segreto della mia natura. Ma credetemi non sono vanesio e al di là dell’apparenza mi accontento di sensazioni semplici. Di fatto la mia unica e vera gioia è quella di aprire e porgere al sole le mie molteplici braccia per assaporarne il calore che mi rigenera per poi richiuderle al calar della sera.

Sono nato in luoghi chiamati Asia, America, ma mi piace stare su tutta la tonda terra purché ci sia acqua e possibilmente stagnante.

Ed è in uno di questi laghetti che ha inizio la storia che voglio raccontare che ha lasciato una grande traccia nelle mie vibrazioni, trasformandole anche se a volte in un modo doloroso, a me sino ad allora sconosciuto

Era una bella giornata, una di quelle giornate in cui le mie braccia aperte al sole si facevano ancora più ampie quando sentii voci che provenivano da una delle sponde. Si sovrapponevano molteplici e concitate e mentre si avvicinavano, capii che sapevano di preciso quello che volevano ma non potevo immaginare di essere proprio io l’oggetto del desiderio. Chi mi colse furono le sottili e forti mani di Daniela, la donna che li capeggiava e che sempre delicatamente mi pose in un cestino accanto ad altri miei simili. In breve fui portato in un grande magazzino dove c’erano macchinari sovrastati da cappe che brillavano.

Sapevo che per millenni gli umani avevano usato profumi quali incenso e mirra, balsami, oli e erbe aromatiche fatte seccare.

Anche quando avevano imparato a distillare con l’alambicco e a estrarre per mezzo del vapore il principio odoroso dalle erbe, dai fiori e dai vari legni sotto forma di olio essenziale, a torchiarlo con presse di legno di quercia dai semi, dai chicchi e dalle bucce di frutta, o a carpirlo ai petali dei fiori con grassi accuratamente filtrati, l’uso del profumo era stato ancora moderato.

Ignoravo del tutto la scoperta fatta da un certo Frangipane, un italiano, che dopo aver estratto il principio odoroso dalle erbe, dal legno e dai fiori, aveva capito che le sostanze aromatiche sono solubili in alcool etilico, e così mescolando le sue polverine odorose con l’alcool, come un alchimista impazzito, aveva liberato l’aroma dalla materia spiritualizzandolo, e rendendolo puro. Una impresa sensazionale degna di un genio, e che tuttavia come tutte le grandi imprese aveva generato non solo luce ma anche ombra, poiché da quel momento l’arte di fissare in tintura le essenze dei fiori e delle erbe era passata nelle mani anche degli incompetenti, creando olezzi inimmaginabili.

Comunque tornando a quel famoso giorno in cui era stato colto dalle mani esperte di Daniela e messo in un cesto con tanti altri miei simili, iniziò per me una fase nuova, di trasformazione esteriore. Daniela, oltre a essere una donna d’affari, era una creatrice e amante delle essenze e dei profumi, amava curare il benessere delle donne e circondata da collaboratori severamente selezionati aveva creato un pool che si dedicava soprattutto alla ricerca; ed io ero stato incluso nel loro programma.

Portato in luogo a me del tutto sconosciuto, venni dapprima strizzato, le mie braccia separate l’una dall’altra posate su di un telo, in un ordine preciso, insieme a quelle di tutti i miei simili, e lasciate li per un certo tempo. Poi passai attraverso varie operazioni di cui non sto a tediarvi, ricordo solo che siamo scivolati in migliaia di tubi e corridoi brillanti, attraverso schiume, vapori e soluzioni trasparenti, filtri sottili, tutto ciò per separarmi dalla materia, e rendermi pura essenza. Che venne miscelata con un liquido bianco, a cui mi amalgamai con grande soddisfazione perché, il liquido nei miei confronti fu molto gentile, avendo compreso il mio sconcerto. Navigavamo abbracciati dentro una bottiglia trasparente, chiusa con un tappo argentato e dalle pareti interne tonda vedevo sulla facciata della bottiglietta il ritratto di me com’ero prima. Mi sentii gratificato, facevo una bella figura e la mia nuova natura mi piaceva. Alla fine mi ritrovai esposto con tante altre bottigliette simili alla mia, ma i cui liquidi erano di colori diversi, poggiato su una piattaforma bianca, in un salone dove tanti altri oggetti facevano mostra di se, esibendosi nel miglior modo possibile per attirare l’attenzione delle migliaia di umani che passando si fermavano a guardarci facendo strani commenti. Soprattutto c’era una parola che ricorreva spesso nel loro dire, mi pare fosse “Euro”. Questo Euro doveva essere un personaggio molto importante perché senza il suo consenso nessuno acquistava. Capii l’importanza del signor Euro perché tutto veniva commentato e valutato in base a quanti signori Euri bisognava dare in cambio per avere l’oggetto desiderato. Forse Euro era il nuovo Dio di cui mi era sfuggita l’esistenza, ma da come gli umani ne parlavano, a volte sussurrando, mi parve un Dio temuto e non del tutto giusto, che ad alcuni si concedeva più che ad altri.

Accanto a me c’erano altre otto bottigliette che elessi a miei fratellini, perché come ho già detto li sentivo molto simili benché i loro colori fossero differenti. Seppi che si chiamavano, Melograno, Noce, Anice Stellato (che mi faceva un po’ invidia per il suo bel colore azzurro),ma anche Papavero mi faceva rabbia, visto il contrasto tra il mio signorile pallore ed il suo vivace color rosso, inoltre c’erano Uva, Cannella, Luppolo, Abete Bianco. Io ero l’ultimo della fila,quello dal colore più delicato, ma di sicuro non il meno efficace come essenza.

Imparai a conoscerli e ad amarli, soprattutto quando capii che i nostri destini erano uniti. Infatti un giorno altre mani ci presero e tutti e nove di nuovo finimmo in una scatola, questa volta più piccola e dalle pareti ondulate, e dopo un altro viaggio ci ritrovammo in una casa nella quale si respirava il calore del buon gusto,dato da mobili di legno robusto di apparenza antico, e dai colori degli oggetti e dei tessuti che ben si intonavano tra loro. Le nostre nuove padrone, due signore anzi due donne di cui una più giovane e l ‘altra più anziana ci avevano appoggiati e dimenticati su di un tavolo in vetro, Yvelise e Camille, madre e figlia.

Quando si sta accanto agli umani si impara presto a sapere molte cose su di loro, grazie al’ abitudine che hanno di parlare molto di se, come se attraverso le parole volessero rassicurarsi sulla qualità della propria esistenza o sul fatto stesso di esistere. Sembra che l’ inquietudine che li attanaglia faccia si che l’uomo non riesca a trovare pace o il luogo che gli compete.

Camille e Yvelise, mi furono subito care, perché i loro tratti talmente simili come le loro movenze, emanavano dolcezza e bontà, qualità che però in loro avevano assunto un certo color ruggine dovuto all’umidità dell’esperienze dolorose.
Infatti a differenza di ciò che io avevo percepito della loro essenza, le vibrazioni esterne tra loro erano di ostilità e rabbia.
Quel primo giorno dopo averci appoggiato sul tavolo di vetro e aver aperto altri pacchi e pacchetti, verso sera ci portarono in un’altra stanza, che chiamavano bagno e ci posero allineati su un mobiletto situato, per fortuna, di fronte alla finestra dai vetri colorati, così almeno durante il giorno un po’ di sole filtrava a riscaldarmi e ricaricarmi di energia. Dico per fortuna, poiché, data la situazione di estrema tensione l’oscurità dello spirito che regnava mi avrebbe avvolto e di certo trascinato con i otto miei fratellini nello stesso vortice distruttivo.

Camille e Yvelise non riuscivano a esprimersi il loro amore e cercavano di ovviare a questa incapacità e al senso di frustrazione che ne derivava, con manifestazioni di rabbia, investendosi con male parole, soprattutto la giovane, mostrava nei confronti della madre una tale ostilità che fece nascere in me e nei miei fratellini il sospetto di essere finiti nella casa di una vera strega, o almeno questa era la visione che ne aveva la figlia e che ci veniva di conseguenza trasmessa.

In realtà nello spazio – tempo, capimmo che le cose non stavano proprio così, ma ripeto capire la natura umana per noi non era facile, troppo complicato l’uomo, in ogni campo fruga, indaga, spia, fa esperimenti di ogni genere, e il risultato è quasi sempre un caos totale.

Abete Bianco, il più tranquillo tra di noi, e anche il più fiducioso, non faceva che ripetere che presto tutto sarebbe tornato a posto, ma quel suo dire non mi convinceva.

Infatti, ciò che avevo previsto accadde. Un giorno Camille dopo aver ripetuto alla madre le solite recriminazione, le dichiarò la sua vergogna ad averla accanto, così inutile e senza speranza. Inoltre, le rinfacciò di non essere mai stata in grado di proteggerla, primo dovere di un genitore verso chi egoisticamente ha voluto mettere al mondo. Del resto come avrebbe potuto farlo, visto che lei stessa non era che una fragile vela in balia dei venti contrari.

Queste e altre parole volarono come frecce smarrite colpendo l’aria, che si scompose in tante vibrazioni caotiche che ci fecero piegare, le nostre particelle si disgiunsero e fui preso dal timore che le bottigliette dove eravamo immersi si sarebbero spezzate facendoci scivolare nel vuoto. Disperati cercavamo di proteggerci con l’armonia rimasta nella nostra più profonda essenza, ma era ben poca.

Yvelise non faceva nulla per difendersi, mi era difficile capire che il senso di colpa, altra disgrazia degli umani, toglie la voglia di combattere, e Camilla fiera di quella resa, le gettò in faccia l’ultimo rifiuto andandosene chiudendo con violenza la porta dietro di se.

La traccia di quel gesto definitivo restò nell’aria a lungo, donando un senso di gravità al silenzio che era calato.

Rimasta sola, Yvelise non si mosse, almeno così ci parve dato che noi potevamo vederla solo con gli occhi della percezione.

Me la immaginai piegata su se stessa le braccia strette attorno alle gambe sottili, la testa reclinata con i capelli disordinati che le cadevano sul viso, gli occhi spenti che fissavano il vuoto, e di sfuggita frugavano nell’immobilità della porta con la speranza di vederla riaprirsi.

Yvelise che avrebbe dovuto reagire, Yvelise che avrebbe dovuto cogliere quel messaggio di dolore finalmente liberato, Yvelise che avrebbe dovuto capire che quella della figlia era solo una richiesta d’amore, e mettere insieme i cocci che il vento aveva sparso. Che ne so, avrei voluto in quel momento essere un umano per trovare e usare le parole che occorrevano, ne sarebbero bastate poche. Invece Yvelise si lasciò andare, non aveva capito o forse non sapeva da dove iniziare a ricostruire.

Gli amici, quelli che vedevo sempre girovagare per la casa, e di cui conoscevo le parti più intime, mostratemi spesso senza pudore alcuno, finirono per disertare, nessuno amava stare accanto ad un depresso. Nessuno era capace di risollevarne le energie vibrazionali, del resto loro stessi le avevano piuttosto basse e disarmoniche.

Ma anche nella vita di Yvelise entrò una fortuna, Dio non l’aveva abbandonata mettendole accanto un angelo custode nelle vesti di Emma, una grande donna, una tata che veniva ora ogni mattina, per spalancare le finestre e far scappare l’aria ammorbata alla ricerca di sollievo. Poi, dopo aver preparato un forte caffè girava attorno a Yvelise, fingendo di darsi da fare, e nel frattempo le rivolgeva parole di dolce speranza. “Vedrai che ritorna, i figli sono brutte bestie” le diceva poco convinta “ ma tu devi fare qualcosa per te stessa, come potrai amare Camilla se prima non impari a rispettarti”.

Saggia Emma, Emma la Grande, salvò la vita anche a me e ai miei fratellini, con la forza della sua anima forte e pulita, ristabilendo l’equilibrio nel campo energetico in cui eravamo immersi, e l’armonia che era venuta a mancare tra le istanze materiali e quelle spirituali del luogo in cui vivevamo.

L’equilibrio ritrovato grazie alla presenza di Emma mi fece capire che il mio compito era quello di salvare Yvelise e di conseguenza Camilla, poiché la frequenza del principio vibrazionale di cui ero dotato coincideva con la frequenza delle emozioni negative che si aggiravano per la casa e che erano da correggere.

Io ed i miei fratellini eravamo lì per proteggere e soprattutto per guarire, ma come fare per far capire quello che doveva essere fatto. Ancora una volta la grande Emma ci venne in aiuto.

Infatti una mattina entrando invece di avviarsi come al solito ad aprire le finestre entrò subito nella stanza da bagno e aprì il rubinetto d’acqua calda della vasca.

Poi non so per quale strana intuizione prese proprio me, la mia bottiglietta e tolse il tappo argentato poggiandolo su di una credenza e, mentre l’acqua scorreva versò, devo riconoscere misurando con occhio esperto, poche mie gocce nella vasca.

Anche se quell’acqua era pulita mi sentii subito felice nel mio elemento, ero tornato alle mie origini, l’acqua che mi aveva sempre coccolato, mi avvolse di nuovo, e io mi trasformai in spuma bianca.

Quando la vasca fu piena Emma andò a prendere Yvelise e nella stanza da bagno le tolse la vecchia camicia da notte sporca e stinta, poi con dolce fermezza la costrinse a entrare nell’acqua.

Yvelise persa nel suo sogno non sembrò dapprima accorgersi di quello che le stava accadendo, ma ci pensai io a fare il resto. Le mie particelle sane entrarono sinuose tra i fori sottili della sua epidermide stanca, e cominciando a farle un certo solletichino le risvegliarono.

Capivo che avrei avuto molto da fare, visto lo stato della materia con cui ero venuto a contatto, ma ormai avevamo dato inizio all’opera.

Quel primo giorno fui molto soddisfatto del risultato, uscendo dall’acqua Yvelise sospirando rivolse uno sguardo di gratitudine a Emma.

Da quel giorno il bagno per Emma e Yvelise divenne un rito, da assaporare lentamente, che le vedeva unite nello sforzo di ritemprare le energie del corpo e della mente della più fragile.

Io ero il tramite, il testimone di questo cambiamento, le mie particelle si infilarono ovunque, scegliendo all’interno del corpo le parti più sensibili, e tanto feci che quell’anima che si sentiva persa, sconfitta riprese a sperare, io fui il mezzo che aiutò la rassegnazione a trasformarsi in luce, e le mani amorevoli di Emma con i loro sapienti tocchi aiutarono il miracolo a compiersi. Il nostro messaggio, di non resa fece centro, e le parti della personalità di Yvelise che si erano abbandonate si risvegliarono. Troppo intenta a compiangersi Yvelise si era dimenticata la vera se stessa.

Riprese a vedere il mondo che la circondava, riprese a osservare i cambiamenti della natura, la luce e i colori. Un giorno, dopo tanto ebbe il coraggio di guardarsi allo specchio e quello che vide le piacque talmente che riprese a fare ciò per cui era nata, riprese a scrivere., e quello fu il giorno della sua nascita.

Malgrado Emma mi usasse con parsimonia anch’io arrivai alla fine e di me nella bottiglietta non rimasero che poche gocce, il che non vuol dire che io non esista più, perché ora sono nel corpo di Yvelise, e vivo giorno e notte con lei e attraverso di lei.

Con me nella pelle di Yvelise ci sono anche i miei fratellini, ve l’ho detto che il nostro destino sarebbe stato simile. Emma li ha usati, sempre poco alla volta, scegliendo quello necessario al momento. Di sera ad esempio metteva nell’acqua del bagno un po’ di papavero rosso, per far si che Yvelise riposasse bene, mentre di giorno per darle quella sferzata necessaria per affrontare la giornata riempiva la vasca con la schiuma di luppolo, o di cannella.

Camille non ha ancora fatto ritorno, e credo che “molta acqua dovrà scorrere sotto i ponti”, mi sembra che gli umani dicano così, del resto anche lei sta cercando la sua strada. Ma io dalla mia posizione di derma, o meglio pelle di Yvelise, avverto forti le sue vibrazioni di richiesta d’amore, che trafiggono il nostro cuore e la nostra mente, e mentre di sfuggita guardo la porta nella speranza di vederla entrare, so per certo che questo nostro desiderio si realizzerà, anzi lei è già qui.

Perché a differenza di Yvelise la mia parte non umana mi permette di percepire l’universo, superando la dimensione spazio tempo, e così anche Camille è con me, sempre, qui ed ora, nonostante tutto.

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racconto: Padre Ambrogio e la pulce nell’orecchio

Padre Ambrogio e la pulce nell’orecchio

Come una pulce addomesticata vivevo nell’anticamera dell’orecchio di Padre Ambrogio, un anziano prete dell’ordine dei Diocesani, pastore per elezione di una parrocchia della periferia di una grande città.

La mia posizione più comoda era stare sdraiato sulla pelle ruvida, poggiato con un fianco alla barriera della cartilagine, e devo riconoscere che Padre Ambrogio non mi faceva mancare le dovute cure, un po’ mi viziava.

Mi ero abituato facilmente alle attività, e ai compiti che il padre eseguiva con gran senso del dovere. Per quanto me lo permettevano le mie possibilità, non essendo particolarmente sofisticato, cercavo di essere in sintonia con i rumori che filtravo il più fedele possibile alla loro natura.

Padre Ambrogio era un brav’uomo, da quello che avevo intuito aveva scelto la carriera eclessiastica non per vocazione, ma per placare i morsi della fame .

Ai miei tempi,” era solito dire, “non ce n’era per nessuno”. Da quello che avevo sentito più che visto però era un uomo scrupoloso, si era studiato la Bibbia e tanti altri tomi quasi a memoria, e le sue prediche erano sempre farciti di citazioni, che lui rilevava con un vecchio lapis il giorno prima, ripetendole tra se e se.

Non era un’aquila e neanche un avvoltoio, ma una via di mezzo tra un colombo e un bradipo.

Tra tutti compiti di Padre Ambrogio, quello più impegnativo era il sacramento della confessione. Ogni sabato, giunta l’ora Padre Ambrogio entrava nel confessionale, uno stanzino di legno dove da una piccola grata laterale, entrava la poca aria accompagnata di volta in volta dal sospiro del penitente.

All’inizio, per la verità questa mi era parsa una pratica alquanto strana, il bisogno di mostrare il lato peggiore di se parlando senza guardare negli occhi l’interlocutore. Col tempo mi ero reso conto che il tono delle voci, una volta liberatesi dal peso della colpa diveniva più tranquillo, un senso di sollievo entrava come una brezza del mattino dalla grata, rendendo la poca aria che vi circolava più respirabile.

Questo bastò a convincermi che ascoltare poteva essere una buon’azione da parte nostra, tanto che divenni sempre più attento e raffinato nelle mie prestazioni. Spesso le voci, nei momenti più scabrosi si facevano flebili. Padre Ambrogio, con estrema dolcezza a quel punto era solito dire

Ripeti figliolo non ti ho sentito, non aver paura del giudizio divino, Dio è il Padre che accoglie con Amore il figliol prodigo che torna a lui pentito,

Avevo imparato ad apprezzarlo per la pazienza con cui riusciva ad ascoltare, senza giudicare, anche i fatti più scellerati e sono testimone di racconti a volte raccapriccianti, gettati là anche con una certa impudenza grazie alla certezza di essere protetti dal segreto della confessione.

Credevo di aver ascoltato di tutto, alla fine anche nel male c’è un certo ripetersi: Mi ero accorto con sconcerto che a volte Padre Ambrogio, forse stanco, era diventato un po’ distratto, quando un sabato…

Inginocchiato al solito modo, curvo in avanti tenendo tra le mani il rosario ripeteva a cantilena le sue preghiere,

Padre”

Udimmo una voce che diceva. Non capii subito se si trattasse della voce di un uomo effeminato o quella roca di una donna in ansia.

“Dimmi mia povera pecorella smarrita

Rispose Padre Ambrogio, cercando, colto dal mio stesso imbarazzo, di non esporsi troppo.

Padre non sono qui per ricevere l’ assoluzione dal peccato, bensì per uscire dal dubbio da cui sono lacerato, ho bisogno che qualcuno, in questo caso lei, ascolti la mia vicenda, e mi aiuti a capire”.

L’introduzione ci era parsa quanto mai strana, e a quelle parole che promettevano se non altro qualcosa di diverso, io e Fra Ambrogio divenimmo un tutt’uno ricettivi come non mai. Ora che avevamo capito trattarsi di un uomo il Padre senza più timore di sbagliare lo rassicurò –

Figliolo, io ti ascolto, ma sarà Dio a farsi carico delle tue parole”

– E finalmente lento, ma deciso il racconto entrò ospite desiderato, attraverso la grata.-

Vivevo con mia madre e volevo fare il cuoco di bordo, non so da cosa mi fosse venuto questo desiderio, forse una voglia di fuga dai luoghi che mi vedevano crescere con tanta sofferenza Eravamo soli noi due, mia madre ed io, giacché mio padre, che avevo visto poche volte, era sparito senza lasciare traccia portandosi via anche lo scrigno vuoto del ricordo

Frequentavo a quei tempi un istituto professionale e mia madre mi manteneva agli studi, “con grandi sacrifici”, e il suo continuo lamento era l’unico legame con la mia esistenza.

Durante il giorno la vedevo aggirarsi per casa, come un’anima sciatta, alla ricerca di pensieri od oggetti persi durante i suoi vaneggiamenti, ma la sera, o la sera Padre, quale mutamento avveniva in lei. Per prepararsi all’uscita indossava abiti di un certo gusto, forse un po’ appariscente, incipriato il viso e dato un tocco alle labbra quasi violaceo, diveniva un’altra persona, ricca di una vitalità che non le riconoscevo, pronta a sedurre, ad intrattenere, a compiacersi del suo esistere.

Ma tutto ciò non era per me, sapesse quale sofferenza si prova ad essere invisibile agli occhi della propria madre, di colei che le fiabe c’insegnano essere la fonte dell’amore incondizionato. Non ho mai saputo per chi mettesse a nudo il lato migliore di se, quello a cui a me era proibito accedere, ma credo di aver immaginato di tutto, e il mio pensiero era ossessione mista a gelosia e dolore.

Ogni sera, dopo essersi controllata per un’ultima volta allo specchio dell’anticamera, mi salutava e la sua espressione nel guardarmi, da compiaciuta, nell’osservare il mio viso si riempiva di perplessità, come se io fossi capitato lì per caso, un intruso cui offriva una pietosa ospitalità.

-Padre Ambrogio ascoltava senza commentare, mentre io cercavo di spiare attraverso la grata incuriosito, per ora, più dalla qualità della voce che di tanto in tanto si faceva più stridula rendendomi difficile il compito di aderire al suo suono, che dal racconto .-

La mia più gran compagna era la solitudine, cui devo molto, perché mi permetteva di studiare, studiavo, Padre, studiavo come un dannato, non tanto per amore del sapere, ma per un desiderio di rivalsa anche verso i compagni che sembravano ignorarmi come se avessero preso lezione di comportamento da mia madre. Troppo fragili i miei polsi per essere preso in considerazione come ragazzo, troppo sottili ondulati i miei capelli quasi rossi. I miei lineamenti delicati poi mi facevano apparire un efebo, parola che per loro aveva il significato d’ambiguità.

Le ragazze, per natura più pragmatiche, mi avevano affidato il ruolo di porta borse e davanti a me, senza alcun tipo di pudore, si scambiavano le loro confidenze anche le più intime.

Fui promosso, come sempre, e quella era una delle poche occasioni in cui mia madre amava esibirsi in uno dei suoi teatrali attacchi di amorre, lei era la madre fiera del figlio secchione.

Il tutto durava mezza giornata, alla presenza dei professori e dei compagni, fino quando rientrati, a sera arrivata l’ora dei preparativi, tutto tornava come prima, Quel giorno sarebbe dovuto bastarmi fino alla prossima promozione, il che mi assicurava che per tutto l’anno a venire me la sarei dovuto cavare di nuovo da solo.

Fu allora che mi nacque l’idea”.

A quel punto ci fu un silenzio,

– Attesa e silenzio cominciavano a divenire inopportuni, pensai ad un trucco ingenuo per ravvivare la nostra curiosità -.

Ma ben presto fui rassicurato, il racconto riprese…

L’idea era di emulare mia madre, appropriarmi della parte che mi era negata, attraverso i suoi travestimenti. Era una sera buia e nuvolosa, il preludio al caos che sarebbe entrato nella mia anima, anche la luce nella stanza era bassa composta da ombre leggere che sfiorandomi la pelle mi fecero rabbrividire.

Mi diressi in punta di piedi verso l’armadio di mia madre, ne aprii le ante e accarezzai il tessuto dei vestiti, uno ad uno fino a quando le mie dita non si soffermarono sul prescelto. Lo staccai dall’ometto, nessuno poteva vedermi e del resto ero deciso a tutto, l’istinto di sopravvivenza aveva preso il sopravvento opponendosi con i suoi mezzi alla morte dei sentimenti.

Mi tolsi di fretta i pantaloni e la maglietta stinta, gli abiti che mettevo di solito, e mentre me li sfilavo il loro odore m’infastidiva,. Alla fine con un calcio ben aggiustato scostai quel mucchio informe che giaceva ai miei piedi e con un certo piacere accarezzai l’abito di un acceso colore verde smeraldo appena indossato.

Scoprii d’avere la stessa taglia di mia madre. La mia pelle era morbida come la sua solo più fresca, il colore del vestito era della stessa tonalità dei miei occhi. Guardai i rossetti, le boccette dei profumi, guardai le mie esili spalle allo specchio, rese più morbide e ingenuamente maliziose dalla sensualità avvolgente del jersey, il tessuto preferito da mia madre.

Un viso sconosciuto mi restituiva lo sguardo, dallo specchio una bellissima ragazza mi sorrideva.

Per la prima volta in tutti i pochi anni della mia esistenza, ammirai l ‘ immagine che mi apparteneva, fiero della scoperta volli renderne partecipe il mondo, ero un ermafrodita, qualcuno di speciale e volevo che tutti lo sapessero.

Mi avviai per le strade che in quel momento erano prive d’umanità. L’attesa non fu lunga, la prima macchina mi si accostò, una macchina da gran signori e un uomo dall’aspetto gradevole mi chiese di salire. Fu il suo sguardo pieno d’ammirazione a far cadere le barriere della mia morbosa paura degli sconosciuti.

Seppe parlarmi con dolcezza, scoperta la mia vera natura non si meravigliò per niente e anzi divenne ancora più tenero.

Mi riempì di coccole, frasi d’amore e prima dell’atto definitivo mi promise eterno amore. Il tempo passò veloce, e prima di accomiatarsi l’uomo mi lasciò con un po’ di soldi in mano, e la promessa che ci saremmo rivisti presto. Mi dimenticai di chiedergli dove, visto che non conosceva neanche il mio vero nome, ma ero troppo stordito per tutto l’accaduto e sentivo anche un certo dolore, la dove lui era penetrato con attenta passione.

In compagnia di un cielo che si era fatto più scuro, decisi di rientrare . Mentre camminavo lentamente sentivo ancora le mani dello sconosciuto arruffare i miei capelli, e la lingua strisciare sul mio collo lasciando al suo passaggio la scia umida di una lumaca in calore. In quei momenti so che avrei potuto chiedergli qualsiasi cosa, in cambio del mio silenzio, della mia rinuncia a controllare ogni sua forma di desiderio.

Di nuovo a casa mi buttai sul letto vestito, totalemnte spossato dalle emozioni, ma prima mi preoccupai di mettere via il vestito di mia madre, e di nascondere. Poi caddi in un sonno profondo.

Non è vero che la prima volta non si dimentica mai, per me dopo di allora ci sono state tante altre volte, ognuna poteva essere considerata la prima, ogni uomo o donna con cui venivo in contatto, mi si mostrava nella sua incredibile fragilità, tutti cospirano a rendere una parte della propria vita sessuale un segreto, da non rivelare neanche al migliore amico, nella mia posizione d’ermafrodita io ero amato/a da tutti. In me c’era tutto ciò che desideravano. Nell’uomo timido suscitavo delle audacie che nessuna donna poteva ispiragli, bastava lasciarlo toccare, manipolare, frugare come se la cosa non comportasse pericolo alcuno. Le donne pervase dai sensi di colpa mi amavano, perché la loro coscienza si sentiva a posto pensando che all’inizio mi avevano scambiato per una ragazzina bisognosa d’aiuto. Il mio pene minuscolo non poteva rappresentare una minaccia se paragonato a quello massiccio e volgare dei maschi che le aspettavano a casa, e che dopo di me le avrebbero possedute con violenza esaltati dall’odore del mio sperma, unico testimone del tradimento.

Ricordo, che denudandosi davanti a me mi si consegnavano inermi, avrei potuto fare di loro quel che volevo, e da questo, col tempo, mi derivò un pericoloso senso di potenza.

Il gioco della vestizione, io lo chiamavo così, è durato a lungo, senza che mia madre si sia accorta mai di nulla, se ha percepito che per le mie mani giravano un mucchio di soldi, troppi per un ragazzino, non ha mai fatto commenti, e tanto meno si è preoccupata di sapere da dove arrivassero. Una sera, rientrata prima del solito, non si era sentita bene, mi ha trovato con l’abito verde, il mio preferito, mentre mi spogliavo davanti al suo specchio. Mi ha solo chiesto di rimettere tutto a posto e poi si è infilata sotto le coperte sbadigliando.

Non so perché, forse è quel filo sottile che in ogni caso ci lega a chi c’è consanguineo, ma sentii che aveva capito. Dopo qualche giorno mi chiese solo con voce distratta

ma cosa provi quando indossi abiti da donna”? Senza attendere la risposta uscì dalla stanza.

Da quella sera smisi il mio gioco. Mai ne parlammo l’uno con l’altra apertamente.

Lei era sempre mia madre, io suo figlio. Ma dopo di allora tutto sarebbe stato ancora più un codice ambiguo, un silenzio pieno di domande represse, di tolleranza mista a fastidio da parte di entrambi.

Poi lei si è ammalata ma piuttosto che affidarsi a me ha preferito andarsene in fretta, quando ha chiuso gli occhi io le ero accanto. Il suo sguardo d’addio era indecifrabile, mi sembrò quasi che per una volta provasse un sentimento anche se di pena per la mia goffaggine, e mentre il soffio del suo respiro si stava spegnendo per sempre, mi rivolse un’’occhiata in cui rassegnazione e dolore si confondevano”. Un attimo, e mi fu chiaro che per quel breve tragitto fatto insieme aveva cercato di condividere con me il misero bottino lasciatole in eredità, quell’unica occhiata racchiudeva tutto l’amore di cui era capace.

Dopo la sua morte, ho rivisto mio padre, quando senza preavviso è venuto a prendersi le poche cose rimaste e salutandomi per l’ultima volta ha divelto le radici della mia infanzia.

Ora ero un adulto, solo.

Mi spiace figliolo”, disse Padre Ambrogio, la tua sofferenza è grande, ma c’è rimedio a tutto”

– Per la prima volta, in tanti anni, l’intervento di padre Ambrogio mi parve inopportuno, ma già da un po’ durante il racconto mi ero accorto delle sue difficoltà,

lo sentivo a disagio, qualcosa lo aveva turbato ma il peggio doveva ancora venire – .

Padre la prego, mi faccia continuare, non è della mia sofferenza che voglio parlarle, ma di quello che segui.

Lasciai li studi, del resto di fare il cuoco di bordo non m’interessava più, da cosa dovevo fuggire? La mia ombra non mi avrebbe mai lasciato e allora era meglio restare in luoghi conosciuti. Scelsi una vita come tante altre, un lavoro sicuro, rapporti di convenienza con i colleghi, poche frequentazioni, e il ritmo delle giornate sempre uguale mi permetteva la sera di essere stanco, una stanchezza che si rivelò più morale che fisica.

Per adeguarmi agli altri, avevo cercato di imparare imitandoli, per la vecchiaia scelsi una delle migliori assicurazioni private per curare le malattie, programmai tutti anni a venire con uno stipendio mensile sicuro, compreso il calcolo degli aumenti in busta paga, a cui avrebbe fatto seguito una pensione regolare. Non avendo parenti o animali domestici l’unica cosa che non feci fu l’assicurazione sulla vita. Quando entravo nei negozi per acquisti chiedevo la garanzia su tutto, ero divenuto bravissimo a contestare se qualcosa non era come dicevo io. Ci avevo preso gusto ad essere pignolo. Ma spesso, mentre ero solo, mi veniva da chiedermi, e adesso che ho tutto ciò che per gli altri conta, anche la macchina ultimo modello, a chi chiedo dove si compra la felicità? Mi sarebbe bastato trovare una felicità usata, l’importanza era che su di essa ci fosse una garanzia di almeno tre mesi. Erano sufficienti tre mesi di felicità, per pareggiare i conti con il passato.

La solitudine tornò in mio aiuto. Ripresi a studiare, la sera, ma non sui libri, bensì ripensai a tutte le persone che avevo conosciuto durante il periodo di quello che chiamavo “il mio gioco serale

Quelle figure mi mancavano, ma soprattutto mancavo io a me stesso.

Mi mancava la sensazione d’essere se non amato almeno utile a qualcuno.

Di nuovo il silenzio che ora mi faceva paura, visto l’effetto che le sue parole avevano sul mio vecchio amico, mi augurai che avesse il buon gusto di terminare in fretta e invece… –

Padre, credo di aver capito, è come se una luce si fosse accesa nella mia mente, e lo devo a lei, al silenzio che lei ha opposto ai miei quesiti. Il suo compito Padre, anzi ora so che il mio compito è simile al suo. La teologia morale insegna che Lei è giudice, maestro e medico dei suoi pazienti pentiti. La sua è sentenza e riparazione. Per fare tutto ciò lei usa, in parte il suo buon senso accompagnato dall’aiuto dell’ ascolto”

– in quel momento mi sentii veramente importante, finalmente qualcuno riconosceva le peculiarità della mia funzione, ma –

Un po’ poco invero, Padre, se penso al Vangelo, mi domando se questo sacramento sia stato recepito da lei e dai suoi simili nel dovuto dei modi. Il Signore non ha bisogno di avvocati per difendere la sua causa, egli vuole piuttosto testimoni del suo Amore, persone che abbiano provato l’esperienza della debolezza, che siano indulgenti e comprensive verso coloro che incontrano, perché conoscono lo stesso dolore, la trasgressione, il peccato o il vero significato della caduta. La pratica della confessione è ambigua, offre solo freddezza, soffre di ripetitività, di rassegnazione alla mediocrità. Non sembra che da parte del confessore e

in questo caso da parte sua ci sia un grande coinvolgimento. Io non ho avvertito empatia, solo parole scontate. Avrei apprezzato se lei fosse uscito dal confessionale per guardarmi almeno una volta negli occhi, così come ha fatto mia madre prima di morire, l’unica forma d’amore che io conosca. Solo se segnati nel profondo possiamo sentire l’esigenza del cambiamento. All’assetato non serve bere acqua salata. Quando si ama poco è difficile rendersi conto del peso della colpa e della grandezza dell’amore misericordioso. Cosa ne può sapere Lei dell’Amore generoso Padre, quello originato dalle prove di chi si immerge nella vita e nuota faticosamente per non annegare. Lei è protetto dal salvagente degli abiti che porta, da queste mura spesse dove la luce del giorno si rifiuta di entrare.”

– Padre Ambrogio iniziava a star male, ma invece di porre fine al farneticare dell’altro, sembrava trattenuto da una forza occulta che più forte lo trascinava verso la distruzione delle sue certezze –

Uno dei miei ultimi incontri notturni, Padre, è stato con una suora. Era disperata, mi si buttò alle ginocchia, le abbracciava convulsa, “Fammi conoscere la sessualità, l’estasi del sesso, almeno una volta” – rannicchiata ai miei piedi, piangeva e mentre i singulti le squarciavano il petto lei cercava di strapparmi i pantaloni, umidi per le lacrime. Quando ebbe in mano il tesoro nascosto, iniziò a guardarlo con ammirazione, i suoi occhi erano pieni di gioia, lo accarezzava con delicatezza, poi lo prese in bocca e con lenta sapienza, lo assaporò cercando di godere il più a lungo possibile di quell’ostia benedetta, e malgrado le sue sembianze poco attraenti, lei riuscì a renderlo turgido

e fremente, grazie alla forza della passione.

Quest’esperienza più di ogni altra mi ha fatto giungere alla conclusione Padre, che la penitenza di qualcosa, tanto meno una punizione tutto ciò non serve. Provare il vero gusto che la vita può offrirci è la sola sapienza che può renderci felici, seguire il proprio istinto, scoprire la propria verità senza timore del giudizio altrui”.

Io tornerò al mio gioco Padre, il mio compito, ora lo so è dare amore, usare tutto me stesso come uno strumento nelle mani di chi mi vorrà suonare. Io darò amore perché l’amore ottiene perdono e il perdono genera amore. Io non ho bisogno della sua assoluzione Padre, io mi assolvo da solo….del resto il Maestro non ha forse detto – i peccatori e le prostitute vi precederanno ne regno dei cieli ….”

Sono io che assolvo lei Padre, per la sua superficialità e l’incuria con cui ha accolto le mie parole che a differenza delle sue sgorgavano dal ……

Ma a questo punto non potei più udire nulla perché il liquido rosso era fuoriuscito dai cunicoli che mi stavano accanto. E io non ero stato studiato per esserne protetto, come ho detto ero un marchingegno di prima generazione, un vecchietto come Padre Ambrogio. Non sentivo più i rumori, ma vidi della gente affollarsi intorno al mio vecchio amico, lo stesero cercando di tenergli la testa un po’ più alta, e poi arrivarono altre persone bardate con tute arancioni. Tutti correvano senza una direzione precisa, mentre il mio povero amico continuava a perdere sangue, ora anche dal naso, e in quella confusione non riuscii a riconoscere l’ermafrodita, così non so dire quale fosse il suo aspetto, ma visto l’effetto che aveva avuto su Padre Ambrogio immagino forme diaboliche.

Da quel giorno padre Ambrogio non ha più esercitato. Demenza senile è stata la diagnosi. Anch’io sono stato estratto dal mio caro rifugio, depositato in un ambiente oscuro,dove nessuno più mi ha cercato. Quello che mi addolora più di tutto è sapere che nell’orecchio di Padre Ambrogio l’ermafrodita ha posto una pulce che a differenza mia lo tormenterà sino alla fine dei suoi giorni.–

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racconto: Il ladro galantuomo

Il ladro galantuomo

(racconto flash di Patty)

Camminava con passo felpato, strisciando contro la parete quasi a confondersi con la tappezzeria, i sensi all’erta fino allo spasimo. Anni e anni di professione gli avevano insegnato i trucchi del mestiere. Ora poteva definirsi “il re dei ladri”. La villa che aveva scelto era alla periferia della città. L’aveva scelta perché isolata, anche se circondata da un alto cancello e robusti muri a difesa della proprietà. Con il complice, che di giorno passava per una gran brava persona, aveva studiato a lungo il piano. Un colpo sicuro quasi alla portata di sprovveduti alle prime armi. Il complice ora era fuori all’angolo della strada, pronto a ululare in caso di pericolo. Mentre raccoglieva le cornici d’argento, allineate sul ripiano di vetro di un tavolo d’angolo, ne studiava i contenuti. I componenti della famiglia sembravano brave persone. Tutti belli, aristocratici, quasi troppo perfetti. Doveva essere una famiglia numerosa a giudicare dalle fotografie, soprattutto quelle di gruppo. Ma a lui che importava, il suo compito era quello di alleggerirli un po’ dalle troppe ricchezze accumulate. Non si sentiva neanche Robin Hood, di fatto non avrebbe donato nulla ai poveri del suo quartiere. Era abituato a pensare solo a se stesso, alla sua vecchiaia che non doveva trovarlo impreparato. Aveva visto il padre logorarsi in fabbrica e, dopo 25 anni di sacrificio, accontentarsi di una medaglia d’argento e una misera pensione.

Si accorse che stava perdendo tempo, anche nel suo lavoro c’erano degli orari da rispettare. Si diresse verso i piani superiori, accompagnato dai raggi della luna che filtravano dalle ampie vetrate. Stava per aprire la prima porta che era solo leggermente accostata quando gli parve di sentire un rantolo leggero. Chi poteva essere! Sicuramente delle allucinazioni, tutto era stato studiato alla perfezione, la famiglia doveva trovarsi in montagna. Si fermò trattenendo il respiro. Il rantolo si era trasformato in sibilo, non c’erano dubbi. Una presenza umana. Facendosi coraggio aprì piano la porta. Il rantolo proveniva da un angolo della stanza. Dove giocattoli per terra, e i mobili lillipuziani gli fecero pensare alla presenza di bambini. Infatti vide una culla coperta in parte da un velo azzurro. Si accostò con cautela, e con sua grande sorpresa scoprì una forma accartocciata su se stessa. Apparteneva a un bambino, di pochi mesi. Al re dei ladri parve di sognare. Questa si che era una scoperta, anzi una sfortuna. Che ci faceva quell’intruso guastafeste nel suo luogo di lavoro. Realizzò che bisognava agire, mollare tutto e fuggire con il misero bottino. In quel mentre il sibilo aumentò e il bimbo ebbe un lamento come disperato. L’uomo in preda al panico si disse che di bambini non ne capiva nulla, del resto che ci poteva fare se anche la famiglia benpensante lo aveva abbandonato ad un triste destino. Un istinto sconosciuto lo spinse però più vicino alla culla su cui allungò il viso per spiare l’intruso. Non che gliene importasse molto, era pura curiosità. Avvolto da lenzuola di pizzo c’era una specie di topino scarmigliato e sudaticcio, dalla cui testa proveniva un odore di latte cagliato misto a formaggino. Non seppe mai spiegarsi perché gli fosse venuta la voglia di prenderlo in braccio, o forse era per procuragli un po’ di sollievo. Mentre il bimbo gli si accucciava tra le braccia, poté constatare solo quanto era leggero. Ma il respiro non accennava a migliorare, e anzi le guance avevano preso un colore violaceo, poco rassicurante. Sentiva le sue mani grassocce appoggiate alla base del collo e i riccioli dorati solleticargli il mento. Gli venne da bestemmiare. Non era ora di soccombere ai sentimentalismi ma di darsela a gambe, magari poi avrebbe chiesto un consiglio al socio. Si, avrebbe fatto così. Una telefonata anonima per avvisare qualcuno. Ci doveva pur esser una soluzione buona per tutti, che diamine. Il bimbo sospirò, gli occhi socchiusi e un tremito del mento, e questo fu la rovina del re dei ladri.

Poiché fu in quel preciso momento della sua vita che egli decise che era un ladro e non un assassino. Col morbido fardello in braccio scese le scale, entrando aveva visto poggiato su di un vecchio mobile il telefono. Compose il numero, 118, e alla voce che chiedeva rispose “presto venite in via… c’è un bambino che sta male, è grave.” “ Ma lei chi è, il padre?” Ma che ti frega chi sono io, pensò piuttosto spazientito. “Sono un amico,” rispose, “mi trovavo di passaggio e sono entrato, ma ora fate presto, non c’è tempo da perdere” E appoggiata la cornetta sul mobile si sedette in un’ampia poltrona vicino alla finestra. Il bimbo si era addormentato e a lui non restava che aspettare.

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racconto: Unknown Destiny

Unknown Destiny

La donna camminava lungo la strada con la sola compagnia di pensieri disordinati. Indossava pantaloni di lana a spina di pesce e scarpe marroni sportive. Una donna come tante, apparentemente senza una meta precisa. Ma quando da lontano vide un cartellone segnaletico parve sollevata giacché le era venuto il sospetto di essersi perduta. Il passo le si fece più veloce. E giunta a pochi metri lesse la scritta grande incisa a caratteri regolari “Unknown Destiny”. Le sembrò uno scherzo, neanche di buongusto. Poi si ricordò di vivere da tempo in un paese dove tutto era possibile e incuriosita prese la direzione indicata. Mentre camminava cercò di raffigurarsi come potesse essere un luogo dal nome così impegnativo. Le case dai tetti spioventi dovevano avere finestre con le tendine in pizzo bianco perennemente abbassate a proteggere gli interni dalla vista dei passanti forse indiscreti. Le porte rosse o verdi chiuse a doppia mandata, e tutto attorno alle case palizzate, a indicarne la proprietà. Durante il trascorrere pigro delle giornate chissà se gli abitanti avevano mai trovato il tempo di interrogarsi sul significato insito in quel nome. Immagino’ che molto tempo prima i loro avi, forse dei fuggiaschi alla ricerca di un luogo ideale dove piantare le radici, avendolo trovato, avessero eretto mura resistenti al tempo, dove rifugiarsi con le loro paure e proteggerle dall’incertezza del futuro minaccioso. Allora quello tra loro dall’intelligenza più arguta aveva cercato un nome adatto a descrivere l’angoscia provocata da tali circostanze precarie. Dopo un lungo pensare aveva suggerito di chiamare il paese “Unknown Destiny”, per far pervenire ai posteri un messaggio. Il branco aveva accolto la proposta con entusiasmo.

Così andava rimuginando la donna, mentre gli alberi e i grandi pascoli le passavano accanto. Orgogliosa di se stessa e della sua insospettabile vena filosofica. Ora che la forzata solitudine l’aveva costretta a pensare si era scoperta anche una certa capacità di analisi. Peccato che tutto ciò fosse supportato da conoscenze solo superficiali, inadeguate alla profondità del pensiero. Lo studio non era mai stato la sua passione. Se ne pentiva. Soprattutto quando un’intuizione le restava a metà, impossibilitata a concluderla per mancanza di mezzi cognitivi.

Quel silenzio che poco prima le era sembrato prezioso cominciò a irritarla. “Possibile che in questo maledetto paese la gente se ne stia sempre rintanata in casa?” Bisbigliò tra se e se, disprezzando quel bene che solo poco prima aveva lodato. Ma gli sbalzi d’umore e cambiamenti d’opinione erano una delle sue caratteristiche, e mentre il passo restava regolare, la donna cercò compagnia nei ricordi.

Dove vai? In Scozia? Tu sei tutta matta!” avevano commentato quelli a cui aveva comunicato la decisione. “Certi colpi di testa lasciali a quelli che hanno l ‘età giusta”. Se mai fosse stata colta da qualche dubbio o dal bisogno di una parola di conforto, aveva dovuto far fronte a queste necessità con la forza della sua disperazione. Il contratto con la grande azienda era stato firmato.

Giunto il giorno in cui le croci sul calendario erano finite si era recata all’aeroporto. Tutti i conoscenti presi dagli irrinunciabili impegni quotidiani le avevano telefonato “Chissà, magari torni con qualche scozzesone. Ma è vero che sotto i kilt non portano le mutande? Dai controlla… e facci sapere.” Sembrava quasi si fossero messi d’accordo sul salutarla con la stessa frase che evidentemente ritenevano anche spiritosa. Stranamente l’essere sola invece di rattristarla le aveva infuso un senso di sollievo. Il coraggio di chi lasciando il vuoto alle spalle avanza fiducioso verso l’illusione di un ignoto migliore. Con se oltre ai pochi bagagli portava solo la raccolta di piccoli e grandi fallimenti, posta ben in vista nella vetrina dei suoi occhi illuminati dalla debole luce della rassegnazione.

Salita a bordo aveva curato di scegliersi un posto vicino al finestrino lontano dall’ala. Al decollo aveva stretto i pugni e trattenuto il respiro, e per un attimo era stata colta dal panico. Ma quando l’aereo aveva ripreso la sua posizione naturale, in equilibrio nell’aria, con gesti un po’ impacciati aveva slacciato la cintura di sicurezza sentendosi finalmente come a casa propria. Soddisfatta per aver superato la paura del vuoto, la donna aveva cominciato ad osservare lo spettacolo delle Alpi con le cime bianche, allineate in tante file irregolari e parallele, si divertivano a correre fino alla fine del mondo. Tra una catena e l’altra lo scuro canalone delle valli, dove la neve non era ancora arrivata, sembrava un bassorilievo.

Niente traccia di paesi o case solitarie, nessun segno di vita. Si era chiesta se per caso qualcuno si era mai azzardato ad attraversare quei silenzi. Se no, al suo rientro in Italia, lei sarebbe stata la prima. Munita di borraccia, zaino e un sacco a pelo avrebbe sfidato da sola la bellezza infida di quei monti. Ricordava il rumore sinistro degli elicotteri delle squadre di salvataggio che sorvolavano il Monte Rosa, dove lei stava passando una vacanza. Come avvoltoi in cerca della preda, lo sprovveduto di turno caduto in un crepaccio a causa della propria incoscienza o di scarpe da tennis inadeguate. Le avevano raccontato di macabri ritrovamenti avvenuti per caso dopo anni.

A distoglierla da queste fantasie era stata un hostess dal sorriso vacuo che le porgeva il pranzo generoso, un piattino con sopra un pasticcio incolore, una gelatina in cui ballavano solitari pezzetti di verdure sconosciute. Il tutto accompagnato da un panino tondo, posate in plastica e un tovagliolino di carta. Anche la KLM deve fare economia, aveva pensato malignamente la donna ingoiando il cibo.

Le poche nubi sparse nel cielo sembravano pecorelle smarrite in cerca del gregge, provo’ tenerezza. Intanto la voce del Capitano informava che stavano sorvolando Amsterdam.

Era da anni che progettava una gita in quella città, ma non ci era mai riuscita. Guardò attentamente i canali, dove centinaia di barche attraccate agli argini sorvegliavano le case dei padroni. Pensò che avrebbe desiderato possedere un paracadute. Avrebbe ordinato alla hostess stupita di aprirle il portellone, per tuffarsi con grazia nel cielo, davanti ai suoi occhi pieni di terrore, badando bene di aprire il paracadute ma solo dopo qualche secondo, il tempo di far svenire l’oca. Si vedeva volteggiare nel ‘aria, leggera e ansiosa di poggiare i piedi sul suolo della città sognata. Appena a terra si sarebbe recata a cercare un bed and breakfast, magari alla periferia della città. Poi avrebbe noleggiato una bici.

L’hostess dal sorriso vacuo stampato sul viso come un’etichetta di riconoscimento della compagnia aerea di appartenenza, le si era di nuovo avvicinata per offrirle un caffè che era risultato annacquato. Intanto il capitano annunciava il prossimo arrivo a Stansted, l’aereoporto di Londra.

La donna cominciava ad accusare una certa stanchezza, allora si fermò. Ci aveva impiegato meno tempo ad andare da Milano a Londra e da Londra a Glasgow, dove due managers con cartellino Manpower appeso al collo per farsi riconoscere, l’avevano accolta. A “Unknown Destiny”nessuno la stava aspettando, inoltre erano già più di due ore che stava camminando di buon passo. Le venne quasi voglia di fare dietro front. Nata sotto il segno zodiacale del Toro era dunque una testarda. L’improvviso abbaiare di un cane le fece sperare in un incontro, una presenza umana a cui chiedere informazioni. Mentre il cane avvicinandosi annusava le folate umide della paura, lei cercò di indovinare di che razza fosse, se tra quelle catalogate come amichevoli, o tra quelle pericolose. Anche volendo chiedere aiuto ai padroni, oltre alla difficoltà oggettiva della lingua, non riusciva proprio a scorgerli. Ma dove si erano cacciati quei malnati! Non sapevano forse che i cani vanno tenuti al guinzaglio, pena una multa. “shit”, le venne di dire, “shit, shit” e avrebbe continuato all’infinito se in quella una voce più potente della sua non avesse gridato con parole a lei incomprensibili, quello che risultò essere un ordine. Il cane perso ogni interesse verso la sconosciuta voltandole il sedere era sparito. Di nuovo sola, pensò di aver sognato. Ricordò di aver letto che la Scozia era un paese pieno di fantasmi sparsi ovunque.

A quanto pare ti sei innamorata dei fantasmi, le scrivevano via email ironici gli amici- ancora non ti sei stancata di vivere tra i selvaggi? – Ma la più insistente di tutti era la sua ex collega. – Il tuo posto è vacante e ti aspetta.-

E chi lo voleva quel posto, con una paga appena sufficiente per pagarsi le spese di una magra sopravvivenza. Con quello che avanzava poteva permettersi giusto un paio di scarpe ogni tanto al mercato del sabato quello di piazzale Lagosta, in compenso la sua mansione aveva un nome altisonante, account press office, tradotto in pratica era una tutto fare.

Parlando con una donna di colore che accudiva un’anziana era venuta a sapere che percepiva uno stipendio il doppio del suo. “In più ho casa e vitto gratuiti e due pomeriggi liberi alla settimana”. Si era sentita ribollire dalla rabbia, a lei non erano concessi neanche quelli, perché il più delle volte era costretta ad accompagnare la collega, che soffriva di dolori reumatici, a fare gli acquisti. In queste occasioni le veniva richiesto di portare i pacchi e la borsa, il tutto accompagnato da sorrisi di gratitudine e da un “se non ci fossi tu, cara”.

Sempre la stessa collega durante una pausa pranzo l’aveva invitata in una trattoria poco distante dal posto di lavoro. Nella sala modesta e affollata di camionisti si erano sedute ad un tavolo appartato. Alla cameriera piena di moine “mi porti il solito”, aveva detto la collega con aria soddisfatta, certa evidentemente di conoscere anche i suoi gusti “e mi raccomando anche mezza bottiglia di acqua minerale! Oggi si fa festa.”

Dopo poco erano state servite due insalate miste, lattuga, pomodoro e mezza mozzarella. “Quando si lavora è meglio stare leggeri” aveva affermato saggiamente la collega con una foglia di lattuga che le spuntava tra le labbra.

La strada cominciò a farsi ripida. Quella che da lontano le era sembrata una pozza d’acqua ora aveva preso forma di un lago. Data la stagione l’acqua aveva un colore grigioverde e il fondo sembrava una buca sinistra, ma ciò non toglieva nulla al suo incanto aggiungendo un tocco di mistero al paesaggio. Da una parte la riva del lago era circondata da una foresta di pini abbracciati l’uno all’altro stretti, stretti, dall’altra da estese pianure brulle dai colori dell’arlecchino.

La donna si fermò ad ammirare e fu colta da uno strano senso di pace che sentiva salire dal profondo per insinuarsi dappertutto, ed era una sensazione sublime, inspiegabile. Le venne voglia di dimostrare la sua gratitudine al Padreterno con una preghiera, ma non conoscendone le parole, la espresse in modo confuso. Tanto il Padreterno mi capisce, pensò. Solo gli uomini, nonostante abbiano inventato l’alfabeto, le lingue e tante altre diavolerie, non riescono a intendersi neanche sulle cose più semplici.

Tu proprio non mi capisci” l’aveva rimproverata spesso il marito.” Per quanto mi sforzi di farti assimilare le mie regole devo prendere atto che è tutta fatica sprecata, hai la testa troppo dura. Comunque sappi che fin quando cercherò di spiegarti e mi arrabbierò per te c’è ancora una speranza. Fossi in te comincerei a preoccuparmi quando non mi incazzerò più.” E per dare più consistenza alla minaccia assumeva un’aria truce, stirando ancor di più le labbra sottili simili a fagiolini lessati in attesa di essere conditi.. E dopo anni di strilli e insulti tra loro era calato finalmente il silenzio. Dimentica dell’ammonimento, la donna ingenuamente si era illusa che lui, messa da parte la volontà di trasformarla, avesse cominciato ad apprezzare l’unicità del suo modo di essere.

Spesso ora, quando tornava a casa le annunciava con voce distratta di dover partire per un viaggio. “Parto per la Polonia, starò via una settimana. Durante la mia assenza cerca di fare la brava e vedi se ti è possibile di spolverare la televisione, non oso più guardarla.”Una volta che lei si era permessa “Come mai ora viaggi così tanto” lui rivoltandosi come una furia “Ci risiamo, non sei proprio capace di vivere tranquilla, vuoi la guerra e guerra avrai”aveva gridato di rimando. “Credi forse che io mi diverta in giro per il mondo, a dormire in quelle squallide camere d’albergo, mentre tu te ne stai qui a casa a grattarti dalla mattina alla sera?”

Per l’ennesima volta era riuscito a farla sentire stupida, inadeguata, e il boccone già amaro aveva preso il sapore del fiele.

Solo quando ormai era finita, le avevano riferito che lui se n’era trovata un’altra, una compagna per i viaggi, una nuova compagna per la vita.

Si erano separati consensualmente, nel giro di breve, un tempo sufficiente a lei per trovare mille maniere d’umiliarsi con la speranza di farlo tornate sui suoi passi. “Ti prego” gli aveva sussurrato stringendogli i polsi “se non vuoi me, pensa almeno ai bambini.” Pur sapendo che era inutile aveva continuato a supplicarlo, non perché l’amasse ancora, ma perché avendo perso ogni fiducia in se stessa le sembrava impossibile farcela senza di lui.

Ormai ridotta a una larva dal paziente e metodico lavaggio del cervello subito durante il matrimonio, le ci erano voluti anni di duro lavoro per rimettere assieme un Io frantumato.

Nel giro di pochi minuti il cielo si era fatto da grigio, nero, e aveva cominciato a piovere. Il senso di pace si trasformò in sottile agitazione. Il paesaggio da incantevole le sembrò diventare minaccioso. Sulla strada che si era andata allargando nessun cartello segnaletico. – Questi scozzesi non solo risparmiano sulla luce e sul riscaldamento, ma anche sulle indicazioni stradali. – Le gocce cadevano sempre più

fitte tanto che presto gli abiti inzuppati le si erano incollati al corpo lasciandola come senza protezione dall’umidità e dal vento. Con un certo sollievo le parve di vedere poco lontano uno spiazzo alberato.Per quanto glielo permettevano le scarpe sformate, ormai ridotte a zattere, affrettò il passo e guardando alla sua destra attraversò la strada.

La macchina viaggiava a velocità sostenuta perché il conducente, avendo azionato i tergicristalli, si sentiva sicuro pur avanzando pressoché alla cieca.

La sagoma scura fece la sua apparizione all’improvviso, gli fu impossibile evitarla. Sentì l’urto tremendo e vide il corpo volare sull’abitacolo della macchina e poi quel pupazzo di stracci dalle braccia penzolanti fece strane capriole prima di planare un bel po’ più lontano.

Preso dal panico, come tutti i vigliacchi e gli assassini della terra, l’uomo fuggì, raccontandosi che doveva aver colpito un capriolo o qualche altra stupida bestiaccia.

Colpita in pieno sul fianco sinistro, la donna era caduta sullo spiazzo dove sarebbe voluta arrivare ma con le proprie gambe. Come un pupazzo di stracci, informe, giaceva con il capo reclino su di un lato.Sapeva che stava per morire ma non gliene importava granché. Chiese solo che le venissero regalati ancora pochi minuti per chiudere i conti così come si deve. Voleva assaporare per l’ultima volta il sapore fresco della pioggia che cadeva sul suo viso, mischiandosi a quello acre del sangue che colava copioso dalla tempia.

Aveva preso la direzione sbagliata, come sempre, guardando a destra, piuttosto che sinistra, e si era fregata. Le venne quasi da ridere.

Con un tempismo che sapeva di miracoloso aveva scritto una lunga lettera ai suoi figli, proprio il giorno prima. Una specie di testamento morale.

Le restava un unico rimpianto, quello di non aver potuto visitare “Unknown Destiny”, quel paese dallo strano nome dove di sicuro la gente viveva senza farsi troppe domande. Contenta di poter apprezzare le cose più semplici della vita; l’odore denso che emana la legna quando brucia nel camino; la fragranza del pane appena sfornato; il tenero abbracciarsi di due corpi nudi nel tepore di lenzuola pulite.

Se invece di dannarsi fosse stata capace di gustare attimo per attimo quello che le veniva donato, forse…..

Ora che la vita le sfuggiva il velo che l’aveva resa cieca cadeva improvvisamente.

Guardò per l’ultima volta ciò che intorno a lei continuava a pulsare, e nella luce che emana dalla bellezza delle cose le parve di riconoscere il Divino.

Appagata fece un cenno alla morte che stanca di aspettare, senza troppi riguardi, le chiuse frettolosa gli occhi.

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racconto: Mrs Quinto e l’isola di Bute

Mrs Quinto e l’isola di Bute

Era arrivata nell’isola di Bute seduta sul ponte di un traghetto della compagnia scozzese “Caledonian” che partiva ogni giorno, con una precisione rigorosa dal piccolo porto di Wemyss Bay.

Come abitazione temporanea aveva scelto un piccolo cottage situato così vicino al mare che, quando il vento infuriava e la marea si faceva alta, l’acqua salata delle onde si divertiva a spruzzare i vetri delle finestre rendendoli luminosi.

Durante la passeggiata quotidiana, gli abitanti dell’isola che la incontravano erano soliti salutarla con un “Hello, Mrs Quinto”, e lei rispondeva a quel saluto con un sorriso appena accennato.

Nessuno conosceva il suo vero nome, e da quando era arrivata nessuno si era preoccupato di chiederle quali fossero le sue origini.

In realtà si chiamava Mafalda, ed era nata in una grande città dell’Italia settentrionale da una famiglia piuttosto modesta.

Il padre faceva il ferroviere, la madre casalinga curava i quattro figli a carico, due maschi e due femmine.

Il padre oltre al vizio del bere, soffriva di una leggera forma di schizofrenia, così la madre dopo averlo sopportato per lunghi anni, si era decisa a cacciarlo da casa.

Dei quattro figli, dopo la scuola dell’obbligo, l’unica a continuare gli studi era stata Mafalda.

Dovresti scegliere la facoltà di legge”, le consigliavano i fratelli, “con la parlantina che ti ritrovi saresti un ottimo avvocato”.

Lei per dispetto si era acquistata un libro sui tarocchi di Marsiglia, mazzo di carte compreso, e di notte, complice la luna, si era messa a studiarli con sorprendente determinazione.

Ordinata e svelta come sei dovresti cercarti un impiego in qualche studio privato” le diceva la madre, ansiosa di vederla rientrare nei ranghi.

Sempre per dispetto aveva raccolto le sue poche cose, compreso il mazzo di tarocchi, e con la borsa a tracollo si era trasferita all’altro capo della città, in una cascina che aveva trovato semi abbandonata.

Per renderla vivibile ne aveva dipinto le pareti color panna, e al centro dell’unica stanza aveva posto un letto dalla spalliera in legno, ricoprendolo con stoffe colorate.

Come tocco finale, in un angolo della stanza una grande stufa in ghisa faceva mostra di sé, divertendosi ogni tanto a scoppiettare e a sbuffare nuvole di fumo.

Presto nel quartiere si era sparsa la notizia che nella casa diroccata era venuta a vivere una cartomante, una lettrice di tarocchi, e le prime clienti erano affluite.

Donne maritate, custodi, operaie, tutte con le stesse domande “Ma lui mi amerà? Ma mio marito mi è fedele? Mio figlio sarà assunto?”, e alla fine d’ogni seduta, il più delle volte rasserenate, estraevano dalle borse, come tanti piccoli maghi illusionisti dai loro cilindri, non conigli, ma uova fresche, panetti di burro e, quando andava bene, ali di pollo con verdure fresche per cucinare un buon bollito.

Nel suo piccolo regno Mafalda si sentì finalmente realizzata.

Poi incontrò un uomo con una gamba di legno e si innamorò della gamba malata, lui riconobbe la forza della sua dialettica e soprattutto apprezzò il tepore della piccola casa.

Sotto le coperte del grande letto si parlarono a lungo d’amore, mentre la stufa di ghisa borbottava scintille infuocate.

Dalle loro parole nacquero tre bellissimi bambini, Donato, Linda e Roberto.

Dopo il terzo figlio, senza una spiegazione, Mafalda voltò per sempre la schiena all’uomo dalla gamba di legno.

Un giorno una vicina entrò affannata chiedendole aiuto per la figlia che da un po’ sembrava posseduta.

Alle cinque del mattino dopo, la giovane che faceva i turni in una fabbrica vicina si presentò per la seduta terapeutica.

Dopo un mese la giovane, avendo trovato un certo beneficio da quegli incontri, chiese aiuto per il fratello Nando.

Nando aveva degli occhi grandi e spiritati, e dopo qualche tempo Mafalda si accorse che lui la guardava fisso con una sorta di strana adorazione.

Da quel momento, ogni qualvolta i loro sguardi si incontravano, Mafalda sentiva un formicolio partirle dalla punta dei piedi e salire su lungo le ginocchia fino al petto e poi al cervello.

Anche l’uomo dalla gamba di legno, che certo non mancava di spirito d’osservazione, si era accorto della loro strana intesa.

E aveva cominciato la guerra.

Dapprima calma, poi sempre più insistente.

Quello spiritato per casa lui non lo voleva.

Per me è come un figlio”, gli rispondeva tranquilla Mafalda, “allora sei un’incestuosa” le urlò dietro lui un giorno.

La situazione giunse al culmine quando una sera l’uomo dalla gamba di legno andò ad aspettare Nando sotto casa.

Dalle parole passarono alle mani, e ci volle la forza di ben quattro persone per separarli.

Ma a Mafalda la cosa non andò giù e li ripudiò entrambi.

Rimasta sola, volle approfittare del senso di libertà che dà l’assenza di un uomo, e tra una seduta e l’altra prese a scrivere romanzi ambientati in atmosfere gotiche.

Ebbe un certo successo, e cercò casa in un quartiere più signorile.

Al mattino i bambini che ormai andavano a scuola si fermavano incantati davanti alle vetrine colorate, e ogni tanto le chiedevano con tono implorante “Mamma ci compri?”.

Mafalda acconsentiva, non perdendo mai di vista il borsellino, memore degli stenti passati.

Nando ricomparve all’improvviso.

Ripresero le loro sedute di tarocchi.

Ora che l’uomo dalla gamba di legno non c’era più, lui era diventato più intraprendente, quasi più sfacciato.

Scambiarono una forte attrazione fisica per amore.

Nando iniziò a fermarsi anche la sera.

Prima solo una volta alla settimana, ma poi sempre più spesso.

Fino a quando parve naturale ad entrambi che lui restasse per sempre.

Nando non sopportava i bambini, e i bambini contraccambiavano la sua insofferenza.

Inoltre era affetto da una strana forma di gelosia, che lo portava a voler escludere tutti dalla vita di Mafalda, passando al setaccio persino i suoi più reconditi pensieri.

Mafalda iniziò a soffrire d’attacchi di panico, senso di claustrofobia, desiderio di morte.

Allora per vedere come sarebbe andata a finire, cominciò a farsi da sola i tarocchi, ma le carte restavano mute.

Un pomeriggio, in cui si sentiva peggio del solito, dal gioco della croce ebbe uno strana risposta.

Il diavolo, la torre, l’appeso, la morte.

Come quinta carta, il carro.

Mafalda non capì.

La sera, Nando, che era rincasato un po’ alticcio, le disse che sarebbe uscito per fare un giro in moto.

Se Mafalda fosse stata più serena e nel pieno delle sue facoltà divinatorie, ricordando la minaccia della profezia, lo avrebbe di sicuro fermato. Ma stanca di lottare acconsentì, quasi sollevata.

Alle 23 di quella sera Nando uscì, per non fare mai più ritorno.

Era andato a schiantarsi con la moto a 150 km all’ora contro l’unico albero che c’era nel quartiere.

L’esperienza del dolore fu straziante per Mafalda, tanto che non riuscì più a riprendersi.

A fasi alterne malediva l’uomo dalla gamba di legno, o la città maldestra dove gli alberi crescevano laddove non dovevano crescere.

Per proteggere i figli dalla sua sofferenza, un giorno li portò con tutti i bagagli a casa dell’uomo dalla gamba di legno, e mentre li salutava seppe che non li avrebbe mai più rivisti.

Chiuse la porta di casa a tripla mandata e partì.

Dell’isola di Bute le aveva parlato una cliente, una grande esploratrice del mondo.

Sapessi, Mafalda… è un’isola dove il vento soffia ininterrottamente e gli abitanti sono talmente presi a tenersi stretto il bavero della giacca che nessuno non sa niente di nessuno. Quando arrivi, dal battello puoi vedere file di piccoli cottage allineati ordinatamente, e alberi maestosi dai rami che toccano terra, e giardini rigogliosi curati dalle mani esperte della natura. O qualche rudere sparso, e se ti avventuri lungo la costa solitaria negli angoli più segreti troverai villaggi di pescatori, dove gli unici segni di vita sono i volti dalla pelle incartapecorita degli anziani.

Mafalda aveva sentito forte il desiderio di visitare l’isola.

Mentre cammina sullo stretto marciapiede accarezzato dalla spuma delle onde, Mafalda ricorda i tempi in cui le clienti la pagavano con uova fresche, o panetti di burro e qualche volta, quando andava bene, con ali di pollo e verdure fresche per cucinare un buon bollito.

Ora mangia due volte al giorno, e la domenica può concedersi un pranzo a base di pesce fresco, nell’unico ristorante dell’isola.

Nella stanza più piccola del cottage ha appeso sulla parete di mezzo, da una parte un quadro raffigurante i 22 arcani maggiori e dall’altra un ritratto di Nando, incorniciato.

Ripreso mentre sorride, sembra quasi volerla salutare.

Tutte le sere, prima di coricarsi, ha l’abitudine di appoggiare un lumino sul comò che fa da base ai due quadri, e di accenderlo con gesto tranquillo.

Poi, seduta nella poltrona con le gambe avvolte da un plaid, aspetta che il lumino si spenga.

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Racconto “il caso Sofia Bettini” cap 5-6-7

Il caso Sofia Bettini

Capitolo 5

         Dopo che Carla ebbe aperto, fu l’Archetti ad accogliere la combriccola, e senza troppi preamboli

 “Signori, benvenuti, vogliamo accomodarci. Dopo le presentazioni il notaio era passato subito all’introduzione e a  ciò che comportava accedere all’eredità Bettini. Oltre ad una serie di piccole clausole facilmente superabili c’era la lettura del Diario che richiedeva la disponibilità degli ospiti a restare in Franciacorta  come minimo 15 giorni.

A parte Colorado, che per l’occasione aveva portato con se Teresa, gli altri due Bettini iniziarono a protestare. – Abbiamo degli impegni – esclamarono in contemporanea.

“Signori miei, nella lettera di preavviso siamo stati chiari. Non possiamo fare diversamente, ma potete pur sempre rinunciare al lascito.”

Silenzio, nessuno fiatò più.  Carla, aperto il quaderno nero,  diede finalmente inizio alla  lettura delle prime pagine manoscritte con una calligrafia piccola e chiara.

 

Dal diario di Sofia Bettini

Mia cara sorella Colorado, e miei cari nipoti Lucia e Freddy, e cara Carla, alla cui voce ho affidato la lettura delle  mie memorie, sappiate che tutto ciò che seguirà non è un caso, ma è il risultato di indagini da parte mia, e riflessioni attente.

La vita mi ha resa una donna cauta, e oltre ai sentimenti ho imparato a far uso della  ragione, facoltà che spesso noi donne trascuriamo. Sentimento e ragione collaborando assieme mi hanno portata alle conclusioni che udirete al termine della lettura delle mie memorie. Sia chiaro che ognuno di voi verrà gratificato da un lascito, ma nella misura che ho ritenuto opportuno, dopo esservi stata vicina, avervi conosciuti e studiati, per carpire la vostra forza, e snidare le vostre debolezze. Ammetto di non essere stata del tutto corretta nel presentarmi a voi sotto altre vesti, del resto, se ci pensate bene, quante volte nella vita usiamo maschere che non ci appartengono pur di giungere allo scopo? Il mio obiettivo era sapere di cosa siete capaci, appurare le vostre nature, decidere se amarvi oppure no, essere fiera di voi, o ammettere le vostre miserie e imparare ad accettarle.

 

Come un ragno laborioso ho tessuto una tela fatta di fili di seta, per avvolgervi e proteggervi da voi stessi, che quello che ho visto non mi ha certo tranquillizzata.

        Prima di proseguire Carla ebbe un attimo di esitazione, voleva studiare le reazioni dei presenti, era curiosa di capire questi Bettini. Riprese subito

A Lucia

Col nome di Marina Cerruti, una ricca signora che arrivava dal nord, una mecenate dei giovani artisti emergenti, mi sono fatta presentare a te, Lucia Bettini. Ricordi? Ho fatto finta di essere un amante dell arte e di apprezzare la tua creatività Intanto, visto che mi sembravi piuttosto sprovveduta ho cercato di aiutarti a modo mio.  E dopo articolate manovre con le autorità locali sono riuscita  a farti organizzare una mostra permanente, una collettiva dove però i tuoi quadri sarebbero stati i protagonisti. Sempre nascondendomi dietro la maschera di una mecenate, amante dei giovani artisti,  ti ho invitata spesso nella  casa che avevo affittato a Lecce per l’occasione, e dove organizzavo  grandi feste per presentarti le persone giuste, quelle che contano. Quante parole, quanti incontri, quanto denaro ho profuso per far si che gli inetti che governavano le istituzioni e da cui poteva dipendere un tuo successo si interessassero al tuo lavoro.

 Ma proprio quando ci stavo riuscendo col tuo caratteraccio, con le uscite fuori luogo sei riuscita a distruggere tutto, e tu sai a cosa mi riferisco. Fiera di un talento che non possiedi, trattavi tutti male, amici, amanti, anche quei pochi che ti hanno commissionato opere grazie a me.

Alla fine mi sono arresa e  sono ripartita rattristata, delusa: ti ho lasciato una lettera a cui non hai mai risposto. Mi ripromettevo di tornare a Lecce, il tempo mi ha insegnato la pazienza, ma mi sono ammalata, ho continuato a informarmi sul tuo conto e so che la situazione è peggiorata.

Lucia con la  testa china fissava il morbido tappeto che faceva da tramite tra le due poltrone d’angolo. Certo che se la ricordava quell’anziana signora, elegante, dal portamento fiero, ma riservata.  Una donna d’altri tempi, aveva pensato, un extraterrestre. Un po’ noiosa,sempre a farle prediche, devi fare così devi fare cosà, mica era sua madre. Per un po’ l’aveva sopportata partecipando alle serate organizzate per lei, senza capire perché l’anziana si desse così tanto da fare per farle piacere. Del resto era una donna misteriosa, non c’era dubbio, un enigma, ad esempio non aveva mai saputo  da dove provenisse e ogni volta che lei si era spinta a fare qualche domanda, così tanto per fare, l’altra l’aveva zittita garbata ma ferma.

Una zia dunque, di cui la defunta Luisanna Bettini, sua madre, vedova Pizzini, quando ancora in vita non le aveva mai parlato.

Carla intanto, sempre più stupita dalla storia Bettini,  proseguiva con voce attenta la lettura:

A Freddy. Scegliere la maschera con cui presentarmi non è stato facile. Ero disorientata, non potevo credere che un Bettini fosse uno gigolò, un ladro da strapazzo, un imbroglione incapace di gestire anche l’arte dell’imbroglio. Perché anche rubare richiede impegno. Ti dissi di essere una signora che voleva un po’ di compagnia, senza sottintesi. Feci finta di credere che eri un ragazzo di mondo e ti chiesi di accompagnarmi a mostre e eventi culturali, tutto ciò di cui la tua città, Milano, è ricca.

Che brivido gli sguardi dei tuoi amici. – Mi pare di risentirne i commenti. Stavolta hai pescato bene – dai che la vecchia gallina la spolpiamo a dovere. Per non smentire il suo cinsimo Freddy fece un ghignò, e poi tra se e se –  però la vecchietta pensò, è stata in gamba, chi avrebbe mai detto che era tutta una farsa.-

A Colorado. Cara sorella, apprezzo che tu abbia finalmente trovato una tua dimensione esistenziale, dopo tanta sofferenza, finalmente qualcuno che sa apprezzarti. Mi sei cara come allora, tu e Luisanna eravate il mio sostegno, mi spiace tanto che per Luisanna sia finita male.

Durante tutta la lettura Colorado e la sua compagna si tennero per mano, erano evidentemente commosse. Forse le uniche che avevano inteso l’amore nel gesto di Sofia.

Fuori faceva scuro, quando il notaio si accomiatò dai presenti dopo aver dato loro appuntamento per il giorno dopo.

 

Capitolo 6

        Nel piccolo appartamento che aveva preso in affitto da pochi mesi, in località Palazzolo, Carla si sentiva al sicuro. Finalmente libera, una donna  indipendente. Ogni tanto rivedeva la stanza dell’Istituto delle suore dell’ Immacolata, dove era stata accolta da quando aveva sette anni.  Ricordava  che le assistenti sociali le avevano raccontato della morte dei suoi  in un incidente stradale,  e preso atto che la piccola era rimasta sola al mondo avevano cercato la soluzione migliore. Era passata attraverso varie casa famiglia, esperienze da brivido, e finalmente era approdata all’Istituto delle suore dell’Immacolata. Qui non aveva trovato l’amore di cui ha bisogno un bambino ma, soprattutto Suor Agnese, le aveva insegnato le regole garantendole quell’educazione, che occorre per affrontare la vita.

L’Istituto di Suor Agnese,  era un centro molto particolare, da una parte c’era l’ accoglienza per le ragazze come lei, senza famiglia, mentre l’altra parte dell’istituto ospitava alcune detenute del carcere di Brescia, le più giovani in attesa di giudizio.

Negli anni aveva scoperto di preferire il rapporto con le detenute, con alcune delle quali aveva creato una splendida alleanza.

Un giorno Suor Agnese l’aveva chiamata – la settimana prossima andrai a lavorare presso lo studio di un notaio in Franciacorta, poi ti darò tutte le istruzioni – l’aveva informata la madre, piuttosto orgogliosa.

      – Ma come mai hanno scelto proprio me!- chiese Carla stupita

      – Pare abbia  ricevuto una segnalazione – ma non so altro.

Da lì ebbe inizio la sua nuova vita, Era soddisfatta, ma in cuor suo era rimasta  amica di Jessica, Aisae Alma, e per le festività si ricordava sempre di loro, andandole a trovare per metterle al corrente delle sue novità. Sapeva quanto fossero importanti quelle visite durante le quali le ragazze le si stringevano attorno, come falene alla luce, perché era questo che lei portava nel buio delle loro vite. I ricordi tornavano cari, ma ora bisognava affrontare un presente che le appariva minaccioso.

Improvvisamente le venne voglia di tornare a far visita allo Sparviere, come se in quel luogo ci fossero le risposte alle sue paure, il modo di risolvere lo stato di ansia che da quando era iniziato il caso Bettini l’assediava senza sosta.

       Lasciato il pick up, prese a salire lentamente per la stradina che ormai conosceva bene, pregustando il momento in cui avrebbe ammirato il panorama sottostante, la vallata il cui fascino derivava anche dall’ordine dei filari dei vigneti, e da quello che si intravedeva delle ville, in parte nascoste tra il verde. Quasi giunta alla meta si fermò dietro ai cespugli cercando riparo, quando di nuovo quell’ orribile brivido, un formicolio che partendo dalla punta dei piedi iniziò a salirle, lentamente, su per le caviglie attraverso le ginocchia,le cosce, l’inguine serrato, il ventre teso, il piccolo petto, e la gola, per fermarsi in un punto al centro della fronte spaziosa.

Il buio la inghiottì, anche la casupola ora appariva avvolta dall’oscurità dovuta a un cielo orfano di stelle.  Il silenzio assoluto sembrava nutrirsi delle paure che lui stesso aveva generato. Dalla porta stretta e deforme uscì una donna dal capo coperto, con un fardello di dimensioni incerte tra le braccia. La  donna  restò unica protagonista della scena solo per poco, perché dal nulla emerse una nuova figura. Un uomo con indosso una tonaca nera, forse un prete che camminando a passi cauti e anche un po’ incerti si dirigeva sicuro verso la donna. Ora erano uno di fronte all’altro, si scambiano parole che non poté udire. Infine,  dalle mani indecise della donna, il fagotto passò  in quelle tozze e robuste del prete.

       Carla rimase svenuta a lungo nel prato, e questa volta nessuno venne  a soccorrerla. Quando fu in grado di alzarsi, ripresa coscienza, ebbe dentro di sé la certezza di aver assistito ad un episodio realmente avvenuto e di cui i luoghi oltre ad essere stati testimoni avevano conservato la memoria nelle loro cellule immortali; dove ora si ergeva fiero lo Sparviere, in quella radura  resa splendida dalle cure di mani sapienti, tanti anni prima qualcosa di terribile era accaduto. Ne era certa. Un  bambino  era stato fatto sparire, e nessuno avrebbe potuto convincerla del contrario.

 

Capitolo 7

         Erano passati quasi dieci giorni dal primo incontro, e ogni mattina per un motivo o per l’altro i Bettini si erano recati diligenti allo studio del notaio per ricevere le quotidiane istruzioni.

“Per fortuna oggi è l’ultimo giorno”  le disse Archetti quel lunedì mattina.

“ Da quando abbiamo preso quest’incarico, non sei più la stessa, ma che ti prende, Carla, neanche tu fossi una Bettini!”

La lettura del diario era terminata, Sofia era stata chiara e aveva saputo narrare con un certo gusto per la scrittura  gli episodi salienti della sua vita. L’incontro fortunato con il Maestro Corsini, gli anni passati con lui, il contatto con un mondo che le aveva permesso di costruirsi una nuova identità. Pagine piene di gratitudine, di realizzazioni, di incontri con personalità di un mondo dorato,  ma del passato, quello con i Bettini, nessuna traccia, come se non fossero mai esistiti. Sembrava che Sofia Bettini fosse nata a Ginevra vent’anni dopo la sua vera nascita. Ma allora di quale verità aveva voluto metterli al corrente? Perché costringerli per quindici giorni ad ascoltare una lettura, se pur piacevole, dalla voce di un’estranea? Giunsero alla conclusione che si trattasse di un capriccio di un’anziana giunta al termine della propria vita. Che altra spiegazione poteva esserci.

La sorpresa maggiore, che soprattutto Lucia e Freddy non riuscirono a digerire fu l’apprendere che la maggior parte del patrimonio Bettini andava a Carla Oggieri, giovane assistente del notaio Archetti, un’orfana che dopo essere passata attraverso l’esperienza di due casa famiglia era stata adottata e cresciuta dalle suore del Sacro Cuore dell’Immacolata.

Alla sorella Colorado, Sofia aveva lasciato abbastanza denaro per vivere serena gli ultimi anni che le restavano con la sua compagna, Teresa, in quel casermone cupo e grigio, ricordo di quando in Polonia i comunisti erano al potere. Anche Lucia e Freddy si ritrovarono dall’oggi al domani ricchi e messi in condizioni di ricominciare una nuova vita, o almeno Sofia aveva sperato che fosse così, ma di loro si sono perse le tracce.

 

I FATTI

Era una bella giornata di primavera, inizio anni ’50, quando una comitiva costituita da una ventina di ragazzi guidati da un prete, si dirigeva vociando verso Valsozzine, una foresta di alberi ad alto fusto e un ricco sottobosco  un’ intricata e disordinata boscaglia,  particolarmente fitta là dove gli alberi sono stati tagliati.

 Don Previdi un bravo parroco che aveva preso a cuore la propria missione, ogni tanto interveniva con voce forte per mettere in riga i giovani scalmanati. Finalmente, giunti alla radura scelta come campo base, li radunò attorno a se, da brava chioccia, per dispnsare le ultime raccomandazioni.

“Non allontanatevi, restate a gruppetti di due o tre, è più sicuro. E tu, Sofia, non ti stancare troppo”.

Li aveva covati con lo sguardo accompagnandoli con qualche preghiera fin quando non erano spariti divorati dal bosco. Sofia per ultima si era girata verso di lui, per salutarlo ancora una volta. A lungo lui la ricordò mentre si allontanava con un sorriso di gratitudine stampato sul viso.

E possibile abituarsi a qualcosa che un tempo è apparso orribile, E possibile accettare nel proprio corpo una presenza estranea chiamata  dolore,  che  cristallizzandosi diviene una parte di noi. Tutti ormai credevano che Sofia fosse morta, per alcuni quella certezza si era consolidata pochi giorni dopo l’accaduto, non appena si era diffusa la notizia della scomparsa di una delle Bettini (la rassegnazione era avvenuta gradatamente, gocce che cadono pian piano – a logorar la pietra). Don Previdi era stato il testimone diretto di questo fenomeno, ma la cosa peggiore era  la certezza, per lui,  che alcuni, e soprattutto la famiglia di Sofia,provassero un assurdo sollievo nel pensare che fosse scomparsa per sempre.

Sofia si voltò rivolgendo un ultimo saluto a Don Previdi. Respirando a pieni polmoni l’aria del bosco si allontanò da sola dalla  parte opposta dal sentiero preso da tutti gli altri. Era passato molto tempo senza che lei se ne accorgesse, il sole ora si trovava a ovest, era l’ora del tramonto quando Sofia si rese conto di essersi smarrita. Doveva trovare una via d’uscita, un torrente, ricordò che i corsi d’acqua portano a valle. Ad un tratto sentì uno strappo e lo scialletto che le avvolgeva il collo rimase incastrato in un cespuglio di more cresciuto a strapiombo su di un burrone.

Spaventata si mise a correre senza voltarsi e finalmente vide un gruppo di casette. Avvicinandosi notò che erano delle casere, baite tirate su a pietra e calce che sicuramente nel periodo che va da giugno a settembre pullulavano di vita, ora invece sembravano abbandonate. Ormai era buio. Stanca si accoccolò sui gradini davanti alla prima porta cercando di organizzare  le prossime mosse da farsi. Il cuore le doleva soprattutto per Don Previdi, intuiva la sua disperazione. Si promise di chiedergli scusa in tutti i modi, scusa per il presente e scusa per il passato. Si addormentò. Al risveglio il sole era alto nel cielo, ma tutto attorno era silenzio. Stranamente si accorse che cominciava ad amare quella solitudine, e soprattutto si sentiva libera, leggera, lontana dall’orrore della sua famiglia. Era un’altra una persona, un’altra Sofia,  e questa sensazione  era troppo importante per lasciarsela sfuggire. Al secondo giorno seppe che non sarebbe mai più tornata indietro. Chissà forse perdersi non era stato un caso. Le cose accadono e noi lo vogliamo. Si cibò di fragole e mirtilli,tutto ciò che aveva raccolto e poi di erbe e bacche, non aveva paura della natura e se la fece alleata. Passarono i giorni, ne aveva perso il conto, quando finalmente da lontano vide una figura, un uomo o una donna, non si capiva, che si stava avvicinando. Agitò le braccia e si mosse incontro alla sua salvezza.

       “ Ma che ci fai qui?”

Con chi se ne andò Sofia Bettini quel giorno di una lontana primavera del 1955, con un maniaco? Uno scellerato? Un diavolo? O un angelo?

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Racconto “il caso Sofia Bettini” capitolo 4

Il caso Sofia Bettini

Capitolo 4

           Quel mattino allo studio Archetti era prevista una riunione. Carla, Giusy e Dante il giovane archivista erano già seduti ai loro posti, in attesa. Come d’accordo, puntualissimo alle 9 e un  minuto il notaio spalancò la porta con la sua proverbiale irruenza.

“ Ragazzi qui dobbiamo darci da fare.  Lo studio Beaumont di Ginevra mi ha scritto di nuovo e settimana prossima ci manda un loro collaboratore, un certo Jean Luc Ferlinghetti. Vi spiego.”

Estratta dalla borsa una cartella nera da cui emerse una risma  di fogli iniziò a leggere:

       Al notaio Archetti,

Quando verrà dato avvio alla lettura di queste pagine che ho scritto di mio pugno, io sarò sepolta in un luogo che deve restare sconosciuto. Voglio però, e questo è un imperativo,  che ascoltiate attentamente e che facciate tesoro di ciò che segue: Il suo compito, mio caro notaio Archetti, è di rintracciare tramite la sua collaboratrice Carla Oggeri i miei ultimi parenti, di cui troverà nomi e indirizzi al termine del documento. Al loro arrivo dovranno essere ospitati presso villa Lechi.  Lasci loro un giorno per ambientarsi. E quando finalmente li avrà riuniti nel suo studio, potrà dare lettura alle mie volontà.

Seguivano tre nomi con indirizzi e numeri telefonici,

Colorado Bettini presso Teresa Kamienska, ul. Warsawska, 9/43- Sosnowiec Poland.

Lucia Pizzini figlia di Franca Bettini e Giovanni Pizzini, via del Crocefisso, 4  – Lecce

Freddy Bettini , nipote  di LuisAnnaBettini in via Oxilia, 10/a –  Milano.

Al termine della lettura Archetti chiese a Carla di rimanere per mettere a punto la procedura da seguire, mentre Giusi e Dante tornavano ai loro posti.

Per prima cosa avrebbe dovuto preparare una lettera, una uguale per tutti con la quale informare le tre persone ignare, unite solo dal fatto di avere a che fare, chi per un verso chi per l’altro con il  cognome Bettini.

Carla ce la mise tutta nel scrivere la lettera, e il risultato fu  un

capolavoro di sensibilità,  dimostrando di essere anche una

brava psicologa

 C’era, inoltre, da far visita ai custodi di Villa Lechi per controllare se era stata riordinata pronta per accogliere i tre ospiti. Sofia Bettini era stata molto precisa, per ogni ospite una camera e un bagno, mentre salotti, cucina e parco sarebbero stati spazi da condividere. Carla non poté far altro che constatare l’efficienza dei due anziani custodi preposti all’organizzazione, ma soprattutto rimase incantata dalla magnificenza della villa.

Era ancora presto per tornare allo studio, e Carla sentì improvvisamente il desiderio di andare allo Sparviere, – un pezzo di storia della ristorazione franciacortina – così veniva definito il ristorante, che dalle colline di Calino una piccola frazione di Cazzago San Martino dominava tutta la valle.

               Abbandonata la macchina tra gli arbusti ai piedi della collina, si inerpicò per la stradina sconnessa, piena di buche e sassi. Finalmente, giunta in cima, intravide la sagoma scura dell’edificio   delinearsi sullo sfondo di un cielo troppo azzurro per essere vero. Si fermò per ammirare. Ma mentre il suo sguardo vagava libero da ogni controllo, una sensazione inusuale la colse, un brivido, un senso di freddo che dai piedi saliva lungo le gambe, lentamente su per l’ombelico,  l’addome,  il petto, il collo per fermarsi all’altezza della fronte. Il tempo sembrava liquefarsi, così come le pareti  del casale che ora andavano assumendo la forma di onde di un mare in tempesta. L’oasi bucolica di pochi secondi prima si erano trasformate in colori e forme inusuali, erbacce e rovi avevano sostituito la bella distesa verde. Carla seppe in quel momento cosa voleva dire assumere allucinogeni, neanche avesse ingoiato una dose di  LSD, LSA, psilocibina, DMT, ayahuasca, mescalina, bufotenina tutte assieme, avrebbe potuto ottenere tale effetto. Le immagini confuse e  infine  una sorta di geometria mentale distorta che la  portò a sentire rumori e voci provenienti dal nulla. Lo stesso nulla materializzandosi  si trasformò in tre bambine che sgattaiolavano da una porta nascosta  da una zanzariera bucherellata, seguite a breve da una quarta, assai minuta e lievemente claudicante.

      Sto impazzendo, pensò Carla. Quando, “ Signorina, ma Carla sei tu?” Le chiese una voce piena di apprensione.

       Era Giovanni  Malaguti.” Non ti senti bene?  Sei pallida figliola, entra che ti do qualcosa da bere.”

Malaguti la fece accomodare nella sala più piccola del ristorante, resa ancora più accogliente dalla presenza di un nobile camino in mattone, in quel  momento a riposo.  Carla bevve d’un fiato il cognac che le era offerto, sentendosi subito meglio. Tutto era tornato normale all’apparenza e la giovane preferì tacere sulle visioni.  Promise che sarebbe tornata presto, magari per una cena, a trovare Malaguti e Rosalia la sua signora.

         Colorado Bettini. La prima a ricevere la lettera dalla busta di un tenue colore grigio, sulla quale spiccava scritto in bella calligrafia – Colorado Bettini, presso Teresa Kamienska.Gli anni le avevano stravolto i lineamenti, ma Colorado restava graziosa, gli occhi azzurri leggermente sbiaditi conservavano l’ espressione dolcissima,ma a causa dell’ictus recente, ogni tanto il suo sguardo appariva perso nel vuoto .Teresa Kamienska, una pianista polacca, da dieci anni sua inseparabile compagna, per aiutarla come ormai si era abituata a fare negli ultimi tempi,  le aprì la lettera per poi porgergliela.

Lessero assieme, la pianista  conosceva bene l’italiano. La cosa che  fece più gioire entrambe,  di tutta la storia che avevano appena appreso, fu l’idea del viaggio in Italia.

         Lucia Pizzini. Lucia Pizzini a Lecce stava seguendo una sua personale, allestita da un associazione di sole donne, in uno degli Hotel a cinque stelle della città, quando il concierge dell’albergo le consegnò la busta grigia.  La sera stessa si preparò a partire.

   Freddy, meglio conosciuto come il cronista, fu il più difficile da rintracciare. – appena uscito di prigione per dimenticare i giorni passati in una cella 2×4  si era fatto ospitare  da amici, dei balordi come lui, in zona di porta Ticinese. Dopo aver letto lo scritto pensò ad uno scherzo . Fu Vanni il suo compagno di ventura a convincerlo della veridicità del documento.

Era una bella mattina di primavera e i Bettini che il giorno prima si erano ben sistemati a villa Lechi, si presentarono allo studio Archetti  come tre scolaretti in attesa di istruzioni.

 

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La casa dagli oggetti che parlano

La casa dagli oggetti che parlano

 (un racconto originale di Patty)

La poltrona maliziosa

          Ho sentito mrs Moore dire che bisognerà disfarsi di me;magari depositarmi nel solaio accanto ai mobili vecchi. Mi sono vista abbandonata e ricoperta dalla polvere, e ho provato un brivido d’apprensione. Sono certa, che mr Moore potrebbe  restarne contrariato, poiché  godo del privilegio di essere la sua poltrona preferita. Forse è proprio per questo che mrs Moore si é sbilanciata  con l’amica Betty affermando  cose che non avrà mai il coraggio di attuare.

         Del resto, ogni sera, quando mr Moore rientra dal lavoro, subito dopo essersi sbarazzato della giacca o del cappotto, dipende da ciò che il tempo gli ha richiesto, la seconda cosa che fa è di sprofondare tra le mie curve che lo accolgono morbide. Trovata la posizione giusta, inizia con lo sguardo a controllare che tutto sia a posto. Non parliamo di punti e virgole che pure hanno una loro importanza, ma di decimi di millesimi di molecole di polvere che vagano arbitrarie – a suo giudizio – nell’aria. Terminata la perlustrazione, che di solito lo soddisfa, mr Moore concede la propria attenzione a mrs Moore mentre si muove leggiadra; e lei,  ogni qualvolta gli passa accanto, non trascura di allungargli  un buffetto amorevole sulla nuca; ho capito che si tratta di uno dei loro modi insoliti di comunicare.

        Mr Moore, appagato dalle coccole delle due donne di casa, i buffetti di mrs Moore e la voluttà procurata dal contatto con il mio tessuto, sembra non volersi più muovere. Il che mi ha fatto giungere alla conclusione che sia proprio questa la motivazione  per cui mrs Moore ha deciso di eliminarmi: la gelosia.

       Io però, come ogni amante dotata di una certa intelligenza e capacità strategica, mi sento sicura – per il momento – del mio ruolo di “preferita”, non fosse altro perché nel tempo ho imparato a conoscerlo molto bene, e so che per mr Moore ci vogliono anni prima che un oggetto si adegui alle esigenze del suo stile.  Non riesco proprio a immaginarmelo a contatto con una di quelle poltrone moderne, magari in pelle colorata, definite ergonomiche da qualche folle designer, che, resa arrogante come tutte le starlet prive di talento,  pensa di potermi sostituire. Anche tavolino e sacca  da golf mi hanno rassicurata, confermandomi che non corro pericolo.

“ Mr Moore non è un soggetto da colpi di testa” hanno affermato all’unisono.

     Libreria, che è la più colta e si vanta di conoscere meglio di tutti i gusti del padrone, definisce mr Moore “uno snob” che ama permettersi qualche piccola stravaganza, tra cui la possibilità di fare uso  della metafisica della semplicità,  di chi gli sta accanto. Pare che questa sia la sua più segreta perversione, potersi far beffa, nel  piccolo universo famigliare, dell’ipocrisia del mondo borghese da cui proviene.  Pur non potendone fare a meno, lo considera falso  e banale. A dire il vero,  non ho capito bene il senso del discorso di libreria ma sono certa  che dall’alto della sua saggezza volesse rassicurarmi.

     Quando mrs Moore si accorge che il poggiatesta ricoperto di pizzo si è leggermente scostato dall’onda scura dei capelli di mr Moore, con delicatezza, come solo lei sa fare, lo raddrizza, godendo del sorriso di gratitudine che le viene rivolto. I Moore  si amano veramente, credetemi. Non è cosa da poco incontrare persone che si capiscano al volo come loro due sanno fare. Lo posso giurare, alzando un bracciolo, sono testimone ogni sera del loro colloquiare anche attraverso silenzi dorati.

Specchio delle mie brame

         Ogni sera arriva il momento in cui mrs Moore guarda la sua immagine riflessa, e, ogni volta io sono fiero della mia superficie liscia che l’accoglie per restituirgliela tale e quale. Non c’è niente di più appagante del porgere  omaggio ad una donna che ama la propria bellezza.

     Come una geisha mrs Moore fa tesoro del proprio volto affilato e pallido,  simile a un fiore di ciliegio, o a un diamante  prezioso incastonato nella cornice dorata dei capelli.

Sul marmo poggiato innanzi a me ha stipato centinaia di barattoli e bottigliette profumate, e come ogni geisha suole fare, ogni sera li apre a uno a uno.  Cosparge il viso con uno strato di olio profumato, su cui stende una crema dal colore rosato e termina con un velo di cerone. Lo applica anche sul collo e parte del seno fino ai capezzoli, piccoli puntini bruni in tutto quel chiarore.

     Per compiere il rito serale  mrs Moore ama indossare un kimono di seta dai colori intrecciati, in sintonia con le stagioni; intanto mr Moore aspetta paziente che lei esca, e medita sulla fortuna di avere accanto una donna che incarna quell’ideale femminile che molti ritengono – obsoleto – Lui invece l’adora.

      Anche mr Moore si cura con lozioni e creme. Il suo è un tocco diverso, attento e risoluto. Usa il contenuto dei flaconi con distaccata maestria, mentre pensa ad altro, forse a ciò che dovrà fare, e io sono solo un mezzo  per riordinare  i suoi pensieri.

Mi sono accorto che uscendo dalla stanza da bagno lasciano entrambi dietro di sé una scia di umori umani misti ad alchimie che rendono magica l’atmosfera.

Il caminetto democratico

        Quando i vetri sono resi opachi dal freddo e  Mr Moore esce sull’ampio terrazzo, a cui si accede dal salone per rientrare con le braccia cariche di legna,  è tempo per me di uscire dal letargo. Sono un caminetto antico e so che mr Moore mi è grato perché accendermi è uno dei  pochi compiti che mrs Moore gli concede in casa.

.      Dapprima si destreggia con il mio amico attizzatoio, come se stesso  tirando di scherma, smuove le ceneri su cui poggiare i rami secchi e consuma cerini borbottando. Allora capisco che devo intervenire per toglierlo dall’imbarazzo, lasciandogli però l’illusione di aver fatto tutto da solo.  Il calore delle fiamme si diffonde veloce  e li avvolge mentre seduti sul divano si stringono e si  affrettano a raccontarsi della giornata trascorsa che li ha costretti a stare lontani per qualche ora.  Negli ultimi tempi mi sono accorto che mr Moore è molto più attento e rivolgendosi a lei assume un  tono tenero e protettivo, Non capisco cosa sia intervenuto, ma ogni tanto le accarezza il ventre e poi sento che parlano di una nascita. Femmina o maschio, non si capisce cosa sarà, ma a loro non interessa, tanto l’ameranno comunque. Mi sfugge chi sia l’oggetto di questo amore incondizionato. Spero che l’ospite arrivi durante l’inverno, vorrei conoscerlo. Sono curioso di sapere come prenderà il fatto che la sua vita sia stata programmata prima ancora della sua nascita. Mi è parsa una mancanza di rispetto, una terribile intrusione, una violenza ingiusta. Che ci posso fare.  Anche se dissento, ho imparato a conoscere le incongruenze degli umani. Mi vanto di essere un caminetto tollerante e democratico, e così continuo a scoppiettare, lo faccio per  i Moore perché li amo e li rispetto nonostante e per le loro fragilità.

 

La tavola imbandita

         Sono la regina del salotto le mie forme robuste ma armoniose dominano al centro della stanza, e attorno me si raccolgono gli ospiti. Una domenica al mese, la sera, mrs Moore, si dedica con la massima attenzione, alla mia vestizione ,o meglio con più cura del solito. A proposito mi presento, sono “la tavola” Dopo avermi coperta con una tovaglia di fiandra dai colori sofisticati, mi addobba con le porcellane più belle, le posate d’argento e il servizio di bicchieri di cristallo. Al centro pone una composizione floreale, ogni volta diversa e realizzata con i fiori di stagione. Accanto ai piatti piccole tazze colme d’acqua profumata emanano un profumo di  essenze delicate – un tocco di classe tipico della mia padrona –

Per l’occasione lei indossa un abbigliamento discreto, acconcia i capelli in una lunga coda lasciando libero l’ovale del viso e adorna le orecchie con due perline; solo un po’ di rosso sulle labbra carnose.

Ogni volta, come se fosse la prima,  mr Moore accoglie l’impegno dimostrato con sorpresa.

       Ai convenevoli brevi segue un  aperitivo e dopo tutti  siedono  e al mio cospetto per dare  inizio allo show.

L’idea che mi sono fatta  dei genitori di mr Moore é che il padre debba aver trascorso molto  tempo fuori casa e, grazie al suo lavoro, non abbia mai fatto mancare nulla a moglie e figli (tranne che la sua presenza). E’ un uomo serio, tutto d’un pezzo, magari un po’ noioso. Da giovane gli piaceva il mondo  militare e volentieri avrebbe abbracciato la carriera. Nora, invece, la madre, é una donna di poche parole, ma non timida. Sposatasi ancora ragazza, a sentire lei è capace di fare tutto, in casa naturalmente, perché quello è il posto che spetta alla donna. Organizzare la vita domestica, afferma, é un lavoro in cui l’uomo non dovrebbe mai mettere mano.

Al marito non l’ho mai sentita rimproverare nulla, ma sono certa che a volte pensa che sia stato troppo duro nell’educare i figli. Lei però non avendo proposte alternative a quella rigidità militare ha preferito tacere.

Pur riverendo il marito, non sembra che lo ami con la stessa intensità che sento fluire tra mrs e mr Moore. Lo ammira, ma quando lui si assenta per lavoro si sente finalmente libera, di sognare.

        Le chiacchiere in queste occasioni sono molte, ma a tre. Madre, padre e figlio parlano del più e del meno, senza alcuna convinzione per far si che la serata volga al termine. Mrs Moore intanto si alza da tavola in continuazione , per dare seguito alle portate: Sa benissimo che nessuno baderà a lei.

Finalmente giunge l’ultimo minuto dell’ultimo atto della commedia, – i commiati – . Gli attori come sempre sono stati bravi, ognuno ha rispettato il proprio  ruolo ricordando perfettamente le battute. Mi auguro che un giorno un bravo sceneggiatore inserisca in questo copione ormai stantio un pizzico di vivacità, una  qualche buona modifica: almeno per rispetto della cara mrs Moore – la vera e unica protagonista -.

Il materasso, un complice discreto

       Sono stupito, di come, poltrona, specchio, sacca da golf, libreria e tavola parlano dei Moore. Io non riconosco la descrizione che ne fanno, soprattutto dopo quello che ho visto accadere sopra e attorno a me. Credo che se i miei amici potessero assistere a certe performances resterebbero allibiti.

       Questo deve restare un segreto tra me e i Moore, una delle mie qualità é la discrezione. L’unica confidenza a cui posso lasciarmi andare é che ho capito che loro due sanno amarsi in modi diversi e molteplici: quando si rincorrono per la stanza per strapparsi gli abiti ridendo, quando senza inibizioni mostrano  l’uno all’altra la propria follia amorosa, e urlano parole irripetibili o sussurrano nenie amorose. Senza paura di rendersi ridicoli lasciano cadere la maschera, per consegnarsi del tutto vulnerabili nelle mani dell’altro.

Capisco perché mr Moore non potrebbe più vivere senza la donna che l’ha introdotto al mistero dell’erotismo senza limiti.

Mentre li accolgo discreto, ogni volta arrossisco, ma dal piacere di essere loro complice e mentre loro appagati si addormentano, il mondo fuori continua a pulsare fregandosene della loro momentanea latitanza.

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Racconto “il caso Sofia Bettini” capitolo 3

Il caso Sofia Bettini

Capitolo 3

           Archetti, ritrovato il suo autocontrollo, ora pensava al caso Bettini come ad un affare. Appena sentì Carla rientrare dalla pausa, la convocò nello studio.

“Carla, diamoci da fare, dobbiamo riunire al più presto gli eredi della Bettini. “

        “ Ma chi sono?”

        “ La nostra Sofia quando ancora in vita ha svolto delle ricerche  così i nominativi sono indicati nei documenti inviatimi dallo studio di Ginevra. Tu dovrai scrivere una lettera,  specificando bene che si tratta di una convocazione per successione ereditaria e ci sono delle clausole da rispettare.”

       “ Ma perché dottore ci sono delle clausole?”

“ Si ci sono alcuni punti su cui lei non transige, tra cui qualcosa che riguarda anche te.”

        “ Ma i o che centro?”

         “ Te lo dirò a momento debito, per ora vai, per favore vai. Entro     domani voglio la bozza della lettera sulla mia scrivania.”

Carla si ritirò nella stanzetta accanto all’archivio. Questa storia iniziava  a non piacerle, doveva saperne di più, bisognava parlare con il Venturelli, ma quando?

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