racconto: la Magia des Aromes

La Magia des Aromes

Durante la mia lunga vita, ho avuto molto a che fare con le persone, donne, uomini, bambini anziani, e tante altre specie e sottospecie, che io ho sempre chiamato nello stesso e unico modo, “Umani”, poiché a differenza loro nel mio mondo non esistono tutte queste frammentarie definizioni che hanno solo il potere di frammentare la realtà, per dividerla. Anche la parola tempo per me è qualcosa di “inesistente”, io non conosco il tempo ed i miei ricordi sono un tutt’uno, sino all’infinito abbracciano ciò che mi circonda, e passato, presente e futuro, fanno parte della mia essenza. Mi pare che tutto ciò che ho imparato vivendo accanto agli umani mi sia servito solo a frazionare le apparenze in caselline che a volte purtroppo non combaciavano,come la differenza tra i concetti di realtà e sogno, emozione, sentimento e ragione. Pare che ogni tanto una membrana cali sulle loro palpebre incollandole agli occhi, e in quei momenti oltre ad un senso di soffocamento la loro vista si oscura e ottenebra. A causa della cecità temporanea gli umani non si accorgono di vivere in tanti piccoli lager, sin da piccoli, li asili nido, le scuole, i collegi, gli orfanotrofi, le prigioni, gli ospedali e quegli orribili formicai che chiamano uffici, luoghi resi oscuri da un’aria irrespirabile, ma dove molti ci passano gran parte della loro giornata brucando parole. E questa è solo una piccola parte dei “peep show” in cui amano esibirsi quotidianamente. Aggrappati ad una rete che chiamano “il sociale”, oltre la quale non potranno mai vedere gli immensi spazi della libertà, delimitati come sono dal filo spinato di una morale strana.

Ma chi sono io per parlare degli umani così, in un modo a dir poco sconveniente, forse un’autorità del pensiero, quello che loro definiscono“un filosofo”, o più semplicemente qualcuno che ha la fortuna di essere diverso, con la possibilità di poter restare a galla nelle acque putride degli stagni oscuri, riuscendo a illuminarli con la sola forza della pura bellezza. Restare se stesso immacolato e perfetto anche a contatto di ciò che loro considerano sporco. Tra gli umani chi mi somiglia un po’ è il saggio che, pur vivendo nel mondo non si lascia contaminare dalle passioni, o il veggente che pur vivendo nel presente conosce il passato e legge nel futuro di chi glielo chiede. Ammetto di essere molto amato, mi si considera addirittura l’emblema della purezza e rigenerazione, e nella storia ho lasciato ovunque traccia di me grazie all’opera di poeti, pittori e scrittori che ho ispirato e che passavano il loro tempo a contemplarmi per carpire chissà quale segreto della mia natura. Ma credetemi non sono vanesio e al di là dell’apparenza mi accontento di sensazioni semplici. Di fatto la mia unica e vera gioia è quella di aprire e porgere al sole le mie molteplici braccia per assaporarne il calore che mi rigenera per poi richiuderle al calar della sera.

Sono nato in luoghi chiamati Asia, America, ma mi piace stare su tutta la tonda terra purché ci sia acqua e possibilmente stagnante.

Ed è in uno di questi laghetti che ha inizio la storia che voglio raccontare che ha lasciato una grande traccia nelle mie vibrazioni, trasformandole anche se a volte in un modo doloroso, a me sino ad allora sconosciuto

Era una bella giornata, una di quelle giornate in cui le mie braccia aperte al sole si facevano ancora più ampie quando sentii voci che provenivano da una delle sponde. Si sovrapponevano molteplici e concitate e mentre si avvicinavano, capii che sapevano di preciso quello che volevano ma non potevo immaginare di essere proprio io l’oggetto del desiderio. Chi mi colse furono le sottili e forti mani di Daniela, la donna che li capeggiava e che sempre delicatamente mi pose in un cestino accanto ad altri miei simili. In breve fui portato in un grande magazzino dove c’erano macchinari sovrastati da cappe che brillavano.

Sapevo che per millenni gli umani avevano usato profumi quali incenso e mirra, balsami, oli e erbe aromatiche fatte seccare.

Anche quando avevano imparato a distillare con l’alambicco e a estrarre per mezzo del vapore il principio odoroso dalle erbe, dai fiori e dai vari legni sotto forma di olio essenziale, a torchiarlo con presse di legno di quercia dai semi, dai chicchi e dalle bucce di frutta, o a carpirlo ai petali dei fiori con grassi accuratamente filtrati, l’uso del profumo era stato ancora moderato.

Ignoravo del tutto la scoperta fatta da un certo Frangipane, un italiano, che dopo aver estratto il principio odoroso dalle erbe, dal legno e dai fiori, aveva capito che le sostanze aromatiche sono solubili in alcool etilico, e così mescolando le sue polverine odorose con l’alcool, come un alchimista impazzito, aveva liberato l’aroma dalla materia spiritualizzandolo, e rendendolo puro. Una impresa sensazionale degna di un genio, e che tuttavia come tutte le grandi imprese aveva generato non solo luce ma anche ombra, poiché da quel momento l’arte di fissare in tintura le essenze dei fiori e delle erbe era passata nelle mani anche degli incompetenti, creando olezzi inimmaginabili.

Comunque tornando a quel famoso giorno in cui era stato colto dalle mani esperte di Daniela e messo in un cesto con tanti altri miei simili, iniziò per me una fase nuova, di trasformazione esteriore. Daniela, oltre a essere una donna d’affari, era una creatrice e amante delle essenze e dei profumi, amava curare il benessere delle donne e circondata da collaboratori severamente selezionati aveva creato un pool che si dedicava soprattutto alla ricerca; ed io ero stato incluso nel loro programma.

Portato in luogo a me del tutto sconosciuto, venni dapprima strizzato, le mie braccia separate l’una dall’altra posate su di un telo, in un ordine preciso, insieme a quelle di tutti i miei simili, e lasciate li per un certo tempo. Poi passai attraverso varie operazioni di cui non sto a tediarvi, ricordo solo che siamo scivolati in migliaia di tubi e corridoi brillanti, attraverso schiume, vapori e soluzioni trasparenti, filtri sottili, tutto ciò per separarmi dalla materia, e rendermi pura essenza. Che venne miscelata con un liquido bianco, a cui mi amalgamai con grande soddisfazione perché, il liquido nei miei confronti fu molto gentile, avendo compreso il mio sconcerto. Navigavamo abbracciati dentro una bottiglia trasparente, chiusa con un tappo argentato e dalle pareti interne tonda vedevo sulla facciata della bottiglietta il ritratto di me com’ero prima. Mi sentii gratificato, facevo una bella figura e la mia nuova natura mi piaceva. Alla fine mi ritrovai esposto con tante altre bottigliette simili alla mia, ma i cui liquidi erano di colori diversi, poggiato su una piattaforma bianca, in un salone dove tanti altri oggetti facevano mostra di se, esibendosi nel miglior modo possibile per attirare l’attenzione delle migliaia di umani che passando si fermavano a guardarci facendo strani commenti. Soprattutto c’era una parola che ricorreva spesso nel loro dire, mi pare fosse “Euro”. Questo Euro doveva essere un personaggio molto importante perché senza il suo consenso nessuno acquistava. Capii l’importanza del signor Euro perché tutto veniva commentato e valutato in base a quanti signori Euri bisognava dare in cambio per avere l’oggetto desiderato. Forse Euro era il nuovo Dio di cui mi era sfuggita l’esistenza, ma da come gli umani ne parlavano, a volte sussurrando, mi parve un Dio temuto e non del tutto giusto, che ad alcuni si concedeva più che ad altri.

Accanto a me c’erano altre otto bottigliette che elessi a miei fratellini, perché come ho già detto li sentivo molto simili benché i loro colori fossero differenti. Seppi che si chiamavano, Melograno, Noce, Anice Stellato (che mi faceva un po’ invidia per il suo bel colore azzurro),ma anche Papavero mi faceva rabbia, visto il contrasto tra il mio signorile pallore ed il suo vivace color rosso, inoltre c’erano Uva, Cannella, Luppolo, Abete Bianco. Io ero l’ultimo della fila,quello dal colore più delicato, ma di sicuro non il meno efficace come essenza.

Imparai a conoscerli e ad amarli, soprattutto quando capii che i nostri destini erano uniti. Infatti un giorno altre mani ci presero e tutti e nove di nuovo finimmo in una scatola, questa volta più piccola e dalle pareti ondulate, e dopo un altro viaggio ci ritrovammo in una casa nella quale si respirava il calore del buon gusto,dato da mobili di legno robusto di apparenza antico, e dai colori degli oggetti e dei tessuti che ben si intonavano tra loro. Le nostre nuove padrone, due signore anzi due donne di cui una più giovane e l ‘altra più anziana ci avevano appoggiati e dimenticati su di un tavolo in vetro, Yvelise e Camille, madre e figlia.

Quando si sta accanto agli umani si impara presto a sapere molte cose su di loro, grazie al’ abitudine che hanno di parlare molto di se, come se attraverso le parole volessero rassicurarsi sulla qualità della propria esistenza o sul fatto stesso di esistere. Sembra che l’ inquietudine che li attanaglia faccia si che l’uomo non riesca a trovare pace o il luogo che gli compete.

Camille e Yvelise, mi furono subito care, perché i loro tratti talmente simili come le loro movenze, emanavano dolcezza e bontà, qualità che però in loro avevano assunto un certo color ruggine dovuto all’umidità dell’esperienze dolorose.
Infatti a differenza di ciò che io avevo percepito della loro essenza, le vibrazioni esterne tra loro erano di ostilità e rabbia.
Quel primo giorno dopo averci appoggiato sul tavolo di vetro e aver aperto altri pacchi e pacchetti, verso sera ci portarono in un’altra stanza, che chiamavano bagno e ci posero allineati su un mobiletto situato, per fortuna, di fronte alla finestra dai vetri colorati, così almeno durante il giorno un po’ di sole filtrava a riscaldarmi e ricaricarmi di energia. Dico per fortuna, poiché, data la situazione di estrema tensione l’oscurità dello spirito che regnava mi avrebbe avvolto e di certo trascinato con i otto miei fratellini nello stesso vortice distruttivo.

Camille e Yvelise non riuscivano a esprimersi il loro amore e cercavano di ovviare a questa incapacità e al senso di frustrazione che ne derivava, con manifestazioni di rabbia, investendosi con male parole, soprattutto la giovane, mostrava nei confronti della madre una tale ostilità che fece nascere in me e nei miei fratellini il sospetto di essere finiti nella casa di una vera strega, o almeno questa era la visione che ne aveva la figlia e che ci veniva di conseguenza trasmessa.

In realtà nello spazio – tempo, capimmo che le cose non stavano proprio così, ma ripeto capire la natura umana per noi non era facile, troppo complicato l’uomo, in ogni campo fruga, indaga, spia, fa esperimenti di ogni genere, e il risultato è quasi sempre un caos totale.

Abete Bianco, il più tranquillo tra di noi, e anche il più fiducioso, non faceva che ripetere che presto tutto sarebbe tornato a posto, ma quel suo dire non mi convinceva.

Infatti, ciò che avevo previsto accadde. Un giorno Camille dopo aver ripetuto alla madre le solite recriminazione, le dichiarò la sua vergogna ad averla accanto, così inutile e senza speranza. Inoltre, le rinfacciò di non essere mai stata in grado di proteggerla, primo dovere di un genitore verso chi egoisticamente ha voluto mettere al mondo. Del resto come avrebbe potuto farlo, visto che lei stessa non era che una fragile vela in balia dei venti contrari.

Queste e altre parole volarono come frecce smarrite colpendo l’aria, che si scompose in tante vibrazioni caotiche che ci fecero piegare, le nostre particelle si disgiunsero e fui preso dal timore che le bottigliette dove eravamo immersi si sarebbero spezzate facendoci scivolare nel vuoto. Disperati cercavamo di proteggerci con l’armonia rimasta nella nostra più profonda essenza, ma era ben poca.

Yvelise non faceva nulla per difendersi, mi era difficile capire che il senso di colpa, altra disgrazia degli umani, toglie la voglia di combattere, e Camilla fiera di quella resa, le gettò in faccia l’ultimo rifiuto andandosene chiudendo con violenza la porta dietro di se.

La traccia di quel gesto definitivo restò nell’aria a lungo, donando un senso di gravità al silenzio che era calato.

Rimasta sola, Yvelise non si mosse, almeno così ci parve dato che noi potevamo vederla solo con gli occhi della percezione.

Me la immaginai piegata su se stessa le braccia strette attorno alle gambe sottili, la testa reclinata con i capelli disordinati che le cadevano sul viso, gli occhi spenti che fissavano il vuoto, e di sfuggita frugavano nell’immobilità della porta con la speranza di vederla riaprirsi.

Yvelise che avrebbe dovuto reagire, Yvelise che avrebbe dovuto cogliere quel messaggio di dolore finalmente liberato, Yvelise che avrebbe dovuto capire che quella della figlia era solo una richiesta d’amore, e mettere insieme i cocci che il vento aveva sparso. Che ne so, avrei voluto in quel momento essere un umano per trovare e usare le parole che occorrevano, ne sarebbero bastate poche. Invece Yvelise si lasciò andare, non aveva capito o forse non sapeva da dove iniziare a ricostruire.

Gli amici, quelli che vedevo sempre girovagare per la casa, e di cui conoscevo le parti più intime, mostratemi spesso senza pudore alcuno, finirono per disertare, nessuno amava stare accanto ad un depresso. Nessuno era capace di risollevarne le energie vibrazionali, del resto loro stessi le avevano piuttosto basse e disarmoniche.

Ma anche nella vita di Yvelise entrò una fortuna, Dio non l’aveva abbandonata mettendole accanto un angelo custode nelle vesti di Emma, una grande donna, una tata che veniva ora ogni mattina, per spalancare le finestre e far scappare l’aria ammorbata alla ricerca di sollievo. Poi, dopo aver preparato un forte caffè girava attorno a Yvelise, fingendo di darsi da fare, e nel frattempo le rivolgeva parole di dolce speranza. “Vedrai che ritorna, i figli sono brutte bestie” le diceva poco convinta “ ma tu devi fare qualcosa per te stessa, come potrai amare Camilla se prima non impari a rispettarti”.

Saggia Emma, Emma la Grande, salvò la vita anche a me e ai miei fratellini, con la forza della sua anima forte e pulita, ristabilendo l’equilibrio nel campo energetico in cui eravamo immersi, e l’armonia che era venuta a mancare tra le istanze materiali e quelle spirituali del luogo in cui vivevamo.

L’equilibrio ritrovato grazie alla presenza di Emma mi fece capire che il mio compito era quello di salvare Yvelise e di conseguenza Camilla, poiché la frequenza del principio vibrazionale di cui ero dotato coincideva con la frequenza delle emozioni negative che si aggiravano per la casa e che erano da correggere.

Io ed i miei fratellini eravamo lì per proteggere e soprattutto per guarire, ma come fare per far capire quello che doveva essere fatto. Ancora una volta la grande Emma ci venne in aiuto.

Infatti una mattina entrando invece di avviarsi come al solito ad aprire le finestre entrò subito nella stanza da bagno e aprì il rubinetto d’acqua calda della vasca.

Poi non so per quale strana intuizione prese proprio me, la mia bottiglietta e tolse il tappo argentato poggiandolo su di una credenza e, mentre l’acqua scorreva versò, devo riconoscere misurando con occhio esperto, poche mie gocce nella vasca.

Anche se quell’acqua era pulita mi sentii subito felice nel mio elemento, ero tornato alle mie origini, l’acqua che mi aveva sempre coccolato, mi avvolse di nuovo, e io mi trasformai in spuma bianca.

Quando la vasca fu piena Emma andò a prendere Yvelise e nella stanza da bagno le tolse la vecchia camicia da notte sporca e stinta, poi con dolce fermezza la costrinse a entrare nell’acqua.

Yvelise persa nel suo sogno non sembrò dapprima accorgersi di quello che le stava accadendo, ma ci pensai io a fare il resto. Le mie particelle sane entrarono sinuose tra i fori sottili della sua epidermide stanca, e cominciando a farle un certo solletichino le risvegliarono.

Capivo che avrei avuto molto da fare, visto lo stato della materia con cui ero venuto a contatto, ma ormai avevamo dato inizio all’opera.

Quel primo giorno fui molto soddisfatto del risultato, uscendo dall’acqua Yvelise sospirando rivolse uno sguardo di gratitudine a Emma.

Da quel giorno il bagno per Emma e Yvelise divenne un rito, da assaporare lentamente, che le vedeva unite nello sforzo di ritemprare le energie del corpo e della mente della più fragile.

Io ero il tramite, il testimone di questo cambiamento, le mie particelle si infilarono ovunque, scegliendo all’interno del corpo le parti più sensibili, e tanto feci che quell’anima che si sentiva persa, sconfitta riprese a sperare, io fui il mezzo che aiutò la rassegnazione a trasformarsi in luce, e le mani amorevoli di Emma con i loro sapienti tocchi aiutarono il miracolo a compiersi. Il nostro messaggio, di non resa fece centro, e le parti della personalità di Yvelise che si erano abbandonate si risvegliarono. Troppo intenta a compiangersi Yvelise si era dimenticata la vera se stessa.

Riprese a vedere il mondo che la circondava, riprese a osservare i cambiamenti della natura, la luce e i colori. Un giorno, dopo tanto ebbe il coraggio di guardarsi allo specchio e quello che vide le piacque talmente che riprese a fare ciò per cui era nata, riprese a scrivere., e quello fu il giorno della sua nascita.

Malgrado Emma mi usasse con parsimonia anch’io arrivai alla fine e di me nella bottiglietta non rimasero che poche gocce, il che non vuol dire che io non esista più, perché ora sono nel corpo di Yvelise, e vivo giorno e notte con lei e attraverso di lei.

Con me nella pelle di Yvelise ci sono anche i miei fratellini, ve l’ho detto che il nostro destino sarebbe stato simile. Emma li ha usati, sempre poco alla volta, scegliendo quello necessario al momento. Di sera ad esempio metteva nell’acqua del bagno un po’ di papavero rosso, per far si che Yvelise riposasse bene, mentre di giorno per darle quella sferzata necessaria per affrontare la giornata riempiva la vasca con la schiuma di luppolo, o di cannella.

Camille non ha ancora fatto ritorno, e credo che “molta acqua dovrà scorrere sotto i ponti”, mi sembra che gli umani dicano così, del resto anche lei sta cercando la sua strada. Ma io dalla mia posizione di derma, o meglio pelle di Yvelise, avverto forti le sue vibrazioni di richiesta d’amore, che trafiggono il nostro cuore e la nostra mente, e mentre di sfuggita guardo la porta nella speranza di vederla entrare, so per certo che questo nostro desiderio si realizzerà, anzi lei è già qui.

Perché a differenza di Yvelise la mia parte non umana mi permette di percepire l’universo, superando la dimensione spazio tempo, e così anche Camille è con me, sempre, qui ed ora, nonostante tutto.

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