Racconto “il caso Sofia Bettini” capitolo 4

Il caso Sofia Bettini

Capitolo 4

           Quel mattino allo studio Archetti era prevista una riunione. Carla, Giusy e Dante il giovane archivista erano già seduti ai loro posti, in attesa. Come d’accordo, puntualissimo alle 9 e un  minuto il notaio spalancò la porta con la sua proverbiale irruenza.

“ Ragazzi qui dobbiamo darci da fare.  Lo studio Beaumont di Ginevra mi ha scritto di nuovo e settimana prossima ci manda un loro collaboratore, un certo Jean Luc Ferlinghetti. Vi spiego.”

Estratta dalla borsa una cartella nera da cui emerse una risma  di fogli iniziò a leggere:

       Al notaio Archetti,

Quando verrà dato avvio alla lettura di queste pagine che ho scritto di mio pugno, io sarò sepolta in un luogo che deve restare sconosciuto. Voglio però, e questo è un imperativo,  che ascoltiate attentamente e che facciate tesoro di ciò che segue: Il suo compito, mio caro notaio Archetti, è di rintracciare tramite la sua collaboratrice Carla Oggeri i miei ultimi parenti, di cui troverà nomi e indirizzi al termine del documento. Al loro arrivo dovranno essere ospitati presso villa Lechi.  Lasci loro un giorno per ambientarsi. E quando finalmente li avrà riuniti nel suo studio, potrà dare lettura alle mie volontà.

Seguivano tre nomi con indirizzi e numeri telefonici,

Colorado Bettini presso Teresa Kamienska, ul. Warsawska, 9/43- Sosnowiec Poland.

Lucia Pizzini figlia di Franca Bettini e Giovanni Pizzini, via del Crocefisso, 4  – Lecce

Freddy Bettini , nipote  di LuisAnnaBettini in via Oxilia, 10/a –  Milano.

Al termine della lettura Archetti chiese a Carla di rimanere per mettere a punto la procedura da seguire, mentre Giusi e Dante tornavano ai loro posti.

Per prima cosa avrebbe dovuto preparare una lettera, una uguale per tutti con la quale informare le tre persone ignare, unite solo dal fatto di avere a che fare, chi per un verso chi per l’altro con il  cognome Bettini.

Carla ce la mise tutta nel scrivere la lettera, e il risultato fu  un

capolavoro di sensibilità,  dimostrando di essere anche una

brava psicologa

 C’era, inoltre, da far visita ai custodi di Villa Lechi per controllare se era stata riordinata pronta per accogliere i tre ospiti. Sofia Bettini era stata molto precisa, per ogni ospite una camera e un bagno, mentre salotti, cucina e parco sarebbero stati spazi da condividere. Carla non poté far altro che constatare l’efficienza dei due anziani custodi preposti all’organizzazione, ma soprattutto rimase incantata dalla magnificenza della villa.

Era ancora presto per tornare allo studio, e Carla sentì improvvisamente il desiderio di andare allo Sparviere, – un pezzo di storia della ristorazione franciacortina – così veniva definito il ristorante, che dalle colline di Calino una piccola frazione di Cazzago San Martino dominava tutta la valle.

               Abbandonata la macchina tra gli arbusti ai piedi della collina, si inerpicò per la stradina sconnessa, piena di buche e sassi. Finalmente, giunta in cima, intravide la sagoma scura dell’edificio   delinearsi sullo sfondo di un cielo troppo azzurro per essere vero. Si fermò per ammirare. Ma mentre il suo sguardo vagava libero da ogni controllo, una sensazione inusuale la colse, un brivido, un senso di freddo che dai piedi saliva lungo le gambe, lentamente su per l’ombelico,  l’addome,  il petto, il collo per fermarsi all’altezza della fronte. Il tempo sembrava liquefarsi, così come le pareti  del casale che ora andavano assumendo la forma di onde di un mare in tempesta. L’oasi bucolica di pochi secondi prima si erano trasformate in colori e forme inusuali, erbacce e rovi avevano sostituito la bella distesa verde. Carla seppe in quel momento cosa voleva dire assumere allucinogeni, neanche avesse ingoiato una dose di  LSD, LSA, psilocibina, DMT, ayahuasca, mescalina, bufotenina tutte assieme, avrebbe potuto ottenere tale effetto. Le immagini confuse e  infine  una sorta di geometria mentale distorta che la  portò a sentire rumori e voci provenienti dal nulla. Lo stesso nulla materializzandosi  si trasformò in tre bambine che sgattaiolavano da una porta nascosta  da una zanzariera bucherellata, seguite a breve da una quarta, assai minuta e lievemente claudicante.

      Sto impazzendo, pensò Carla. Quando, “ Signorina, ma Carla sei tu?” Le chiese una voce piena di apprensione.

       Era Giovanni  Malaguti.” Non ti senti bene?  Sei pallida figliola, entra che ti do qualcosa da bere.”

Malaguti la fece accomodare nella sala più piccola del ristorante, resa ancora più accogliente dalla presenza di un nobile camino in mattone, in quel  momento a riposo.  Carla bevve d’un fiato il cognac che le era offerto, sentendosi subito meglio. Tutto era tornato normale all’apparenza e la giovane preferì tacere sulle visioni.  Promise che sarebbe tornata presto, magari per una cena, a trovare Malaguti e Rosalia la sua signora.

         Colorado Bettini. La prima a ricevere la lettera dalla busta di un tenue colore grigio, sulla quale spiccava scritto in bella calligrafia – Colorado Bettini, presso Teresa Kamienska.Gli anni le avevano stravolto i lineamenti, ma Colorado restava graziosa, gli occhi azzurri leggermente sbiaditi conservavano l’ espressione dolcissima,ma a causa dell’ictus recente, ogni tanto il suo sguardo appariva perso nel vuoto .Teresa Kamienska, una pianista polacca, da dieci anni sua inseparabile compagna, per aiutarla come ormai si era abituata a fare negli ultimi tempi,  le aprì la lettera per poi porgergliela.

Lessero assieme, la pianista  conosceva bene l’italiano. La cosa che  fece più gioire entrambe,  di tutta la storia che avevano appena appreso, fu l’idea del viaggio in Italia.

         Lucia Pizzini. Lucia Pizzini a Lecce stava seguendo una sua personale, allestita da un associazione di sole donne, in uno degli Hotel a cinque stelle della città, quando il concierge dell’albergo le consegnò la busta grigia.  La sera stessa si preparò a partire.

   Freddy, meglio conosciuto come il cronista, fu il più difficile da rintracciare. – appena uscito di prigione per dimenticare i giorni passati in una cella 2×4  si era fatto ospitare  da amici, dei balordi come lui, in zona di porta Ticinese. Dopo aver letto lo scritto pensò ad uno scherzo . Fu Vanni il suo compagno di ventura a convincerlo della veridicità del documento.

Era una bella mattina di primavera e i Bettini che il giorno prima si erano ben sistemati a villa Lechi, si presentarono allo studio Archetti  come tre scolaretti in attesa di istruzioni.

 

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